Perché il sequel di un film come “Il diavolo veste Prada”, ancora oggi ricordato con adeguata soddisfazione a 20 anni dalla sua uscita, non appare come una stanca e inutile continuazione, ma al contrario sembra la dignitosa conferma di un’operazione che già allora aveva fatto centro? I motivi sono diversi. Innanzitutto questo numero 2 non ha la minima caduta in senso nostalgico degli anni che passano: i personaggi, pur ora inevitabilmente invecchiati, non si tormentano dentro i segni del tempo, non soltanto fisici, rimuginando in modo senile sul come erano e sulla caduta di quella gioventù battagliera. Non c’è nemmeno un attimo in cui il film faccia trapelare questa insoddisfazione esistenziale. Anzi: la battaglia è in pieno svolgimento, perché a cambiare in questi anni non sono stati loro, ma il mondo. Specialmente quello del lavoro. Bastano pochi minuti per capire in quale contesto la società è precipitata. Ritroviamo Andy Sachs, oggi giornalista affermata, nel mezzo di una sua premiazione, ma al tempo stesso anche di un repentino licenziamento (suo e di tutta la redazione), notificato attraverso un messaggio sul cellulare. Se c’è una cosa che riesce a fare questo numero 2, pur mantenendo le prerogative “leggere” della commedia che già conosciamo, è descrivere una realtà, purtroppo ben codificata da tempo, dove contano sempre meno o quasi niente capacità, credibilità, in una parola ormai svuotata: professionalità, a favore di pressapochismo, arroganza, ignoranza, con manager improvvisati, capaci solo di tagliare e tagliare, con l’unico mezzo che per loro ora conta davvero: il denaro. È la stampa, bellezza, verrebbe da dire, perché di questo mondo si continua a parlare (e il declino del giornalismo è diligentemente scandito), ma vale per qualsiasi altra attività. Insomma è un film meno superficiale di quanto possa sembrare. E non senza merito. Non un film confortevole, nemmeno tutto glamour, con tanto di abbondanti camei e griffe in evidenza (coerenti con la trama); semmai un nuovo capitolo, sempre perfido nei rapporti umani (anche a un passo dal baratro non c’è mai empatia, ma solo convenienza) e devastante in quelli professionali. David Frankel resta ancora al timone, Anne Hathaway e Emily Blunt si fronteggiano, si alleano e si tradiscono, mentre Meryl Streep/Miranda rimane l’altera direttrice di sempre, meno cattiva, non meno cinica, in un mondo dove anche lei fatica a muoversi, con un richiamo diverso per presupposti, ma non così del tutto estraneo, all'editrice dello spielberghiano "The post". Tre magnifiche protagoniste, con l’unico maschio decisivo a reggere gli intrecci, uno Stanley Tucci ancora sfaccettato e sornione. Certo alcuni snodi sono semplificati e la commedia impone passaggi a volte sbrigativi, ma la redazione di “Runaway”, oggi in totale sofferenza, resta un crocevia di inganni (occhio al Cenacolo vinciano), intrallazzi, dove la salvezza impone seccanti compromessi. Voto: 7.