Preparatevi alla delusione. Soprattutto se pensate che ne Il Diavolo veste Prada 2 ci siano molta Italia e molta Milano. C’è la Galleria Vittorio Emanuele II, ma vuota, senza persone, in una scena notturna da fine del mondo in cui Meryl Streep si ferma tra Marchesi 1824 e il Ristorante Cracco. C’è Palazzo Parigi, con il suo giardino nascosto. Si intravede il Duomo, poi il bellissimo Cenacolo e ci si ferma soprattutto nell’Accademia Brera. Non poteva mancare - per gli americani - il lago di Como. Una sfilza di cartoline, ma senza gusto. Ovvero senza alcun cenno alla cucina italiana: non una pizza, non un piatto di pasta. Ma si sa nella moda non si mangia la pasta.
Venti anni dopo il film corregge il tiro
Rispetto venti anni fa, Il Diavolo veste Prada è però politicamente più corretto. Soprattutto dal punto di vista gastronomico, si mette fine al carb shaming. Tutto merito (ma anche colpa) di Emily, la prima assistente di Miranda che nel primo film aveva detto a Andy: “I vestiti che ti daranno a Parigi non te li meriti. Tu mangi i carboidrati!”. Massima offesa. Che ora viene corretta davanti ad un piatto di patate fritte. Questa volta Emily tranquillizza l’amica: “Le calorie dei carboidrati se condivise non contano”. Ma Andy, si è visto fin dall’inizio, non è per nulla preoccupata: mangia hamburger e patate in quantità. Per il resto, le altre mangiano ben poco. Ma bevono allegramente, questo sì.













