Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Tanto vi sarà piaciuto Il Diavolo veste Prada vent’anni fa, tanto il sequel vi farà cadere le braccia. Il tempo passa e se ne va. E il capitolo due sulle vicissitudini glamour del team della rivista di moda Runway – Miranda, Andy, Nigel, Emily – diventa il museo delle cere del variopinto zoo redazionale originario. Quando dopo una manciata di minuti Miranda (Meryl Streep, dal doppiaggio quasi afono) non getta più il cappotto addosso alla sventurata segretaria di turno, ma lo appende lei con impaccio alla gruccia, capisci che Il Diavolo veste Prada 2 sta virando verso il porto delle nebbie. La crisi (e la trasformazione incontrollabile) dell’editoria morde la coda sia di Runway che dell’impalcatura morale del primo film (Miranda capobranco che fa e disfà la vita altrui). Andy (Anne Hathaway) è diventata una giornalista seria d’inchiesta – tra Bernstein, Woodward e Report – per il giornale Vanguard; ma proprio mentre sta per ritirare in pubblico un premio dall’alto valore professionale e civile, riceve un messaggino dove viene licenziata insieme a tutti i suoi colleghi seduti al tavolo della cerimonia (ogni riferimento al caso Wired è pura lungimiranza ndr). Per uno strano scherzo del destino, dopo qualche editoriale che ha pestato i piedi sbagliati, a Runway serve una nuova features editor (nel mondo anglosassone è il responsabile di rubriche ed editoriali di una rivista).