«Non essere sciocca, Andrea. Tutti vogliono essere noi». Parigi, sedile posteriore di una Mercedes scura. Tra una sfilata e l’altra, mentre fuori dal finestrino scorreva la capitale dell’immaginario estetico globale, Miranda Priestly pronunciava la frase destinata a definire un’epoca. Era il 2006. Da Dior c’era John Galliano che disegnava sublimi follie teatrali, Valentino era ancora Valentino, Kering ed LVMH stavano entrando nella loro fase di espansione più vorace e formidabile. Le riviste pesavano come istituzioni e la parola “influencer”, semplicemente, non esisteva. La moda era all’apice del suo potere simbolico: decideva gusti, desideri, gerarchie e appartenenze. Era un Olimpo chiuso e inavvicinabile.

Chi vi scrive, all’epoca, era solo una ragazzina. Fare la giornalista di moda non era minimamente nei miei piani, ma guardando e riguardando quel film rimasi folgorata. Non solo dal magnetismo crudele di Miranda, ma dalla trasformazione di Andy. Quella pellicola ha piantato un seme, trasformando un mondo a me estraneo in un’aspirazione viscerale.

Il punto è che quando, con ostinazione, fatica e qualche porta in faccia, sono riuscita davvero a farmi spazio in questo mestiere, non ho trovato quel mondo. O meglio, ne ho trovato i resti. Le liturgie, qualche accesso blindato, ma pochissime certezze. E soprattutto, mi sono ritrovata spessissimo con un computer in bilico sulle ginocchia, accovacciata in un angolo buio a sfilata appena conclusa, a scrivere in velocità una recensione prima che l’algoritmo e la concorrenza facessero il loro giro. In quei momenti, quel «Tutti vogliono essere noi» mi è riecheggiato in mente con un retrogusto di amara ironia. Suonava meno come una promessa e più come un reperto archeologico. Ecco perché Il Diavolo Veste Prada 2 — nelle sale italiane dal 29 aprile 2026 — funziona in modo dirompente: non perché ricostruisce il mito, ma perché ne certifica la fine.