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Riuscite a immaginare che Miranda Priestly si appenda il cappotto da sola? O che stia attenta a non usare parole che possano risultare offensive? Difficile, ma vero. Il diavolo è tornato e veste ancora Prada, o qualcosa di molto simile. A quasi vent’anni dal successo di Il diavolo veste Prada, il ritorno con Il diavolo veste Prada 2 era un’operazione tanto attesa quanto rischiosa. Il primo capitolo, diretto da David Frankel aveva trovato un equilibrio raro tra satira del mondo della moda e racconto di formazione, diventando un classico contemporaneo capace di conquistare anche chi di moda non sapeva nulla.
Il sequel sceglie una strada diversa: meno “ascesa”, più bilancio. Ritroviamo Miranda Priestly, ancora interpretata da Meryl Streep. Nel primo film era l’incarnazione di un potere quasi mitologico, costruito su controllo e perfezione. Qui quel potere si incrina. I codici sono gli stessi, ma il contesto è cambiato: le riviste cartacee non dettano più legge come allora, il digitale ha ridefinito gerarchie e influenza. Non è cambiata lei, è cambiato il mondo intorno. Ed è proprio qui che il film trova il suo tema centrale: cosa significa restare un’autorità quando il sistema smette di riconoscerti come tale?









