di Alessandra Milani

A Modena un’auto ha travolto la folla. Il conducente era stato seguito dai servizi di salute mentale. Il percorso terapeutico si era interrotto. Questo è ciò che sappiamo.

Il resto, origine, seconde generazioni, integrazione, è diventato immediatamente terreno di scontro politico. Ma mentre discutiamo di identità, stiamo evitando la domanda più scomoda: “Perché in Italia una persona con disturbo psichiatrico grave può uscire dal radar dei servizi senza che il sistema si accorga che qualcosa si è rotto?”. Non è un’accusa ai singoli professionisti. È una domanda sull’architettura.

La salute mentale nel nostro Paese è organizzata secondo una logica reattiva: si interviene quando c’è la crisi. Quando il paziente si presenta. Quando la famiglia chiama. Quando succede qualcosa. Ma la salute mentale non è un interruttore acceso/spento. È un processo dinamico, fragile, discontinuo. E i processi non si governano con l’improvvisazione, o almeno non dovrebbero.

Negli studi sui sistemi complessi esiste un concetto chiave: gli eventi gravi raramente nascono da un singolo fattore. Sono il risultato di micro-fratture che nessuno ha visto o monitorato nel tempo. In un nostro lavoro pubblicato su Public Health Reviews abbiamo parlato di “ragionamento iterativo” nelle politiche sanitarie: definire indicatori di rischio, monitorarli periodicamente, integrare nuove informazioni e correggere la rotta prima che il rischio diventi evento.