Il drammatico fatto di cronaca avvenuto nel pieno centro di Modena, lungo via Emilia, dove un’auto guidata dal trentunenne Salim El Koudri ha falciato un gruppo di pedoni provocando feriti gravi, riaccende violentemente i riflettori su gestione, monitoraggio e supporto delle patologie psichiatriche in Italia. Le prime risultanze delle indagini sull’uomo hanno evidenziato una storia di forte instabilità mentale, con cure già avviate nel 2022 presso il Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi dello spettro schizoide. Di fronte a casi di cronaca così traumatici, la reazione immediata dell’opinione pubblica oscilla tra richiesta di misure securitarie, inutile propaganda sulle origini del cittadino e giustificato sgomento per le vittime. La domanda principale, però, è un’altra: perché, in ambito psichiatrico, dopo la gestione della fase acuta non riusciamo a garantire una reale presa in carico territoriale di queste persone? Per comprendere questo cortocircuito, occorre analizzare il sistema di presa in carico del paziente psichiatrico. Da un lato vi è la fase acuta, gestita negli ospedali generali all’interno dei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc). Qui avviene il ricovero, in regime volontario o tramite trattamento sanitario obbligatorio (Tso), con un fine preciso e limitato nel tempo: disinnescare la crisi clinica immediata, ristabilire un compenso farmacologico e garantire la sicurezza del paziente e di chi gli sta intorno.Le esigenze di rotazione dei posti letto e la filosofia stessa della psichiatria post-manicomiale impongono dimissioni rapide non appena i parametri di urgenza clinica rientrano. L’Spdc non è, e non può essere, un luogo di riabilitazione a lungo termine.Il vero fulcro del modello italiano, nato con la spinta della riforma Basaglia, dovrebbe essere il “dopo”. Una volta varcata in uscita la porta dell’ospedale, il paziente viene teoricamente affidato alla rete territoriale del Dipartimento di salute mentale (Dsm), il cui braccio operativo è il Centro di salute mentale (Csm). In questa sede si dovrebbe attuare un Progetto terapeutico riabilitativo personalizzato (Ptrp), capace di integrare terapie farmacologiche, colloqui psicologici, attività risocializzanti nei centri diurni ed eventuale inserimento in strutture residenziali terapeutiche.La “prontosoccorsizzazione” del disagio psichicoL’ultimo report ministeriale, che fa riferimento alla situazione analizzata nel 2024, individua un aumento degli accessi nei pronto soccorso per cause psichiatriche, che superano quota 636mila. Al contempo, la dotazione di posti letto per le degenze si attesta su una media di appena 9,2 ogni 100mila abitanti adulti. Secondo i dati Eurostat del 2023, il Belgio registra il rapporto più elevato, con 139,9 posti letto per cure psichiatriche ogni 100mila abitanti, seguito dalla Germania con 133,2 ogni 100mila abitanti.Italia e Cipro sono stati gli unici Paesi dell’Unione europea a registrare meno di 30 posti letto per cure psichiatriche ogni 100mila abitanti. Il Rapporto salute mentale 2024 delinea inoltre un sistema sanitario profondamente frammentato e in forte affanno, caratterizzato da drammatiche disuguaglianze regionali sia nell’accesso ai servizi sia negli investimenti economici. A fronte di oltre 845mila utenti assistiti a livello nazionale, si registra infatti una forbice enorme nei tassi di presa in carico: dai 447,2 utenti per 10mila abitanti della Liguria ai soli 119,1 delle Marche. Anche la spesa pro capite risulta fortemente squilibrata tra Nord e Sud: dai 115,2 euro di Bolzano ai 37,7 euro della Campania.La carenza cronica di personale territoriale - appena 33.142 operatori in tutta Italia - e lo sbilanciamento dei fondi verso il mantenimento delle strutture residenziali, dove i pazienti rimangono istituzionalizzati per una media record di 1.236 giorni a causa del vuoto assistenziale circostante, hanno di fatto svuotato l’assistenza domiciliare, pari ad appena l’8,3 per cento degli interventi. Questo cortocircuito spinge l’utenza verso una massiccia “prontosoccorsizzazione” del disagio e alimenta il fenomeno delle “porte girevoli”, nel quale il 14,3 per cento dei pazienti dimessi dai reparti ospedalieri d’urgenza finisce per essere nuovamente ricoverato entro un mese.Il fenomeno del drop-out e la solitudine delle famiglieLe ragioni di questo inceppamento risiedono nel progressivo e sistematico sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale e della medicina territoriale. I Centri di salute mentale, che dovrebbero rappresentare presidi aperti, flessibili e capaci di interventi proattivi e domiciliari, si trovano spesso decimati nelle piante organiche.Inoltre, in patologie complesse come quelle dello spettro schizoide o schizofrenico, uno dei sintomi più subdoli è l’anosognosia, ovvero la mancanza di consapevolezza della propria malattia. Il paziente, non ritenendosi malato, può decidere autonomamente di interrompere l’assunzione dei farmaci o di saltare gli appuntamenti di controllo.In un sistema territoriale forte, questa interruzione attiverebbe immediatamente un protocollo di intervento domiciliare. Nell’Italia dei servizi sottorganico, invece, il paziente scivola nel drop-out, scomparendo dai radar istituzionali fino alla crisi acuta successiva.Il peso di questa invisibilità grava interamente sulle spalle delle famiglie o dei caregiver, che si ritrovano a essere gli unici “ammortizzatori sociali” di una vulnerabilità complessa. I caregiver assistono, impotenti, al deterioramento psichico del proprio caro senza possedere gli strumenti clinici, psicologici o legali per imporre una terapia prima che si verifichi l’irreparabile.Ogni volta che il sistema permette che le dimissioni ospedaliere coincidano con il vuoto assistenziale, non fa altro che delegare la gestione del disagio mentale alla casualità o, nei casi più drammatici, alla cronaca nera.