“P

er mesi il mio corpo è stato indagato e fotografato un gran numero di volte, da ogni angolatura e con tutte le tecniche possibili”, scrive Annie Ernaux nelle ultime pagine di L’uso della foto (2005, trad. it. 2025), un racconto a due voci sul rituale intimo di un uomo e una donna che per un anno fotografano e raccontano i resti lasciati dal sesso: dettagli di oggetti e di stanze ma non dei corpi di cui quegli oggetti e quelle stanze compongono le tracce di un passaggio. È il 2003, l’anno, per la scrittrice francese, dell’operazione e della cura di un tumore al seno.

L’esperienza del corpo sembra aver suggerito a Ernaux un uso dello sguardo nella narrazione: “È il mio immaginario a decifrare la foto, non la memoria. Ho bisogno di non averla più sotto gli occhi, di metterla da parte; solo così, in una sorta di rievocazione differita, possono riaffiorare in me immagini della primavera del 2003”. Qui l’effetto allucinatorio che Ernaux ha espresso più volte come criterio di scrittura richiama, in relazione alla fotografia, la “nuova forma di allucinazione” di cui scrive Roland Barthes in La camera chiara (1980): “Fotografia, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo”. La fotografia in Ernaux viene indagata non in sé, ma attraverso un certo numero di fotografie con le quali si stabilisce quel rapporto di “attrazione” e “avventura” descritto da Barthes. Per l’autrice francese scrutare una sequenza di foto attraverso il proprio patrimonio di immagini, simboli e miti porta a un altro tipo di proiezione dal personale al collettivo, uno scavo autobiografico che ritroviamo anche in Barthes quando scrive: “Dovevo penetrare maggiormente dentro di me per trovare l’evidenza della Fotografia”.Per Ernaux scrutare una sequenza di foto attraverso il proprio patrimonio di immagini, simboli e miti porta a un altro tipo di proiezione dal personale al collettivo, uno scavo autobiografico che ritroviamo anche in Barthes.“Non mi aspetto dalla vita che mi porti dei soggetti, ma delle configurazioni sconosciute di scrittura”, scrive Ernaux, che sembra trovare proprio nelle foto un dispositivo attraverso cui indagare una interiorità non rivelata. Dal lato di chi legge i testi e guarda le foto, su sollecitazione dello sguardo dell’autrice, viene attivata una modalità di fruizione dell’immagine, quella del punctum di cui parla lo strutturalista francese: l’aspetto emotivo che viene stimolato da un dettaglio o un particolare della foto orienta la disposizione delle note non razionali dell’immagine, secondo regole non propriamente consce. Il punctum, ad esempio, mi ha portata a guardare quelle foto e a interpretare un sottotesto nel racconto attraverso il mio personale immaginario diagnostico e narrativo.