Vladimir Putin non ha ancora ottenuto l’accordo energetico che gli permetterebbe di presentare la crescente dipendenza dalla Cina come un vantaggio per la Russia. Nel vertice di ieri a Pechino, Putin ha firmato con Xi Jinping più di quaranta documenti di cooperazione su temi vastissimi: industria, commercio, energia nucleare, cinema e agenzie di stampa. Ma non ha siglato quello che contava di più: il contratto per costruire finalmente il Power of Siberia 2, il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina, attraversando la Mongolia. I cinquanta miliardi di metri cubi del Power of Siberia 2 sarebbero di poco inferiori ai cinquantacinque miliardi garantiti in passato da Nord Stream 1, il gasdotto che collegava la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico e inutilizzato dopo la sciagurata invasione dell’Ucraina nel 2022. L’economia russa non colmerà così il vuoto nelle sue casse dopo la rottura con l’occidente.
Il Cremlino ha provato a presentare l’incontro come un avanzamento, accennando nei comunicati a una «comprensione generale» sul tracciato ormai concordato e di un metodo di costruzione definito. Ha lasciato intendere che la parte politica del progetto sia ormai acquisita e che restino da chiudere soltanto questioni operative. Ma il punto politico è proprio ciò che non è stato annunciato. Non c’è un prezzo al quale la Cina si impegna a comprare il gas, non c’è una data vincolante per l’avvio dei lavori o delle forniture. E soprattutto non c’è un accordo chiaro su chi pagherà la parte più costosa dell’infrastruttura: il tratto russo che dovrebbe collegare il gasdotto Soyuz Vostok sul territorio mongolo e le stazioni di compressione necessarie a spingere il gas fino al confine cinese.














