Spazzare la polvere sotto il tappeto, come diceva la nonna, non è mai una buona strategia. Eppure, quando si parla di donne al lavoro, accade spesso, come mostra questa rubrica.
Secondo diverse analisi sulla produttività organizzativa, i continui cambi di ruolo e la mancata valorizzazione delle competenze possono incidere fino al 20-30% della produttività annua di un lavoratore, tra tempi di riapprendimento, perdita di efficienza e calo di coinvolgimento. A questi si aggiungono costi indiretti difficili da misurare: assenteismo, turnover, errori operativi e peggioramento del clima aziendale. Non è solo una perdita economica, ma anche sociale e relazionale.
In molte organizzazioni lo spostamento tra mansioni resta una modalità ricorrente per gestire conflitti o criticità interne. È una soluzione rapida, ma spesso inefficace, perché evita il problema invece di affrontarne le cause.
Quando questo meccanismo si intreccia con le dinamiche di genere, le conseguenze si amplificano. Le donne sono più spesso coinvolte in percorsi frammentati, con continui cambi di ruolo e minore continuità di responsabilità. Il risultato è doppio: perdita di valore per l’organizzazione e indebolimento del riconoscimento professionale. La storia di Claudia racconta proprio l’esaurimento prodotto dal passaggio continuo da una mansione all’altra, senza gestione del dissenso né reale ascolto. Il peso finisce per ricadere sul singolo, anzi sulla singola. Il commento della psicologa del lavoro Silvia Gazzotti parte da qui: ogni “trasferimento risolutivo” può nascondere costi invisibili per persone e organizzazioni, in termini di competenze disperse, identità professionale indebolita e perdita di senso del lavoro.







