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Nei giorni scorsi in diverse università americane gli abituali discorsi di fine anno tenuti da presidi, professori, ex studenti illustri e altri ospiti sono stati interrotti dai fischi quando andavano a parare sull’intelligenza artificiale (AI). I video dei relatori che sorridevano e provavano goffamente a tirarsi fuori dall’impaccio sono circolati molto sui social e sui siti di news. E le contestazioni degli studenti sono state interpretate da molti come l’espressione plateale di un rancore crescente tra i giovani verso l’AI, diffuso anche in altri paesi occidentali.
In alcuni casi è bastato semplicemente nominare l’AI per provocare i fischi. In altri casi, invece, le proteste seguivano passaggi dei discorsi in cui i relatori commentavano positivamente l’AI o comunque esprimevano aspettative incoraggianti, rimanendo sinceramente spiazzati dall’effetto sulla platea. E proprio la loro reazione sorpresa ha suscitato l’impressione che ci sia una profonda discrepanza nel modo in cui generazioni e soprattutto classi sociali diverse giudicano l’impatto attuale e quello prevedibile dell’AI sulla vita delle persone e sulle loro prospettive di lavoro.
«Wow, che succede? Ok, ho toccato un nervo scoperto», ha detto sorridendo Gloria Caulfield, una dirigente del settore immobiliare ed ex studentessa dell’università della Florida Centrale, durante il suo discorso alla cerimonia di consegna delle lauree. Era stata appena sommersa di fischi dopo aver definito l’ascesa dell’AI «la prossima rivoluzione industriale». Ha quindi ripreso il discorso ma si è fermata di nuovo quando ha detto: «Fino a qualche anno fa l’AI non era un fattore nelle nostre vite…», stavolta interrotta dagli applausi degli studenti a esprimere nostalgia per un mondo senza questi strumenti.











