In attesa di leggere l’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas sull’Intelligenza artificiale non è fuori luogo porsi un interrogativo, non banale, che tra l’altro accompagna ogni grande rivoluzione tecnologica. In genere queste svolte, questi salti di paradigma scientifico e sociale, la Storia insegna, dovrebbero preoccupare più gli anziani dei giovani. Nel caso dell’Ai sembra accadere il contrario.
Gli entusiasti hanno spesso esperienza, maturità, capelli grigi e guardano all’Ai con slancio giovanile nella certezza (o nell’illusione) che non cambierà più di tanto le loro vite. Godono della felicità di dimostrare, soprattutto ai loro coetanei, di non essere stati tagliati fuori, almeno intellettualmente, da un’ondata di innovazione, di poterla comprendere e dominare, magari facendo solo finta di farlo. Sono interpreti acritici. Danno una discreta mano al fenomeno collaterale del cosiddetto Ai washing. La rivoluzione se verrà la faranno altri. Non loro. Ma è irresistibile la tentazione di anticiparla, di disegnare scenari apocalittici.
Se fossero all’inizio delle loro carriere lavorative o in quella fase della vita scolastica in cui si fanno scelte spesso irreversibili, avrebbero lo stesso atteggiamento? Dubitiamo. Un grande analista come Ian Bremmer ha notato su X il diffondersi del disagio della generazione Z e il ripetersi di discorsi, alle cerimonie di laurea in diversi atenei americani, fischiati dagli studenti nei passaggi dedicati all’Intelligenza artificiale. È successo in Florida e in Arizona. Coperto di boo anche l’ex capo di Google, Eric Schmidt. Le preoccupazioni sull’impatto nella futura vita lavorativa, da parte degli under 30, cresce in ogni sondaggio. Del tutto comprensibile. È inutile giudicare da parte di chi ha già una vita lavorativa alle spalle e guarda all’Ai solo dal lato delle meraviglie, che non è il solo.









