Secondo alcune versioni, durante il summit fra Xi Jinping e Donald Trump, il presidente cinese avrebbe confidato a quello americano: «Forse un giorno Putin si pentirà di aver invaso l’Ucraina». Vi stupisce? Solo se avete creduto alla propaganda putiniana che descrive lo Zar come un genio di geopolitica.
Quelli che ne hanno fatto un mito, da quattro anni e tre mesi annunciano la sua vittoria sicura, schiacciante e imminente sul fronte ucraino. Nel frattempo lui ha letteralmente «costruito» la nazione Ucraina, ha costretto questo suo vicino ad armarsi fino ad essere l’unica vera «difesa europea», lo ha stimolato a produrre innovazioni tecnologiche nel campo dei droni.
Il «genio» ha spinto a entrare nella Nato due vicini neutrali, Svezia e Finlandia. Ha risvegliato la Germania dal suo letargo pacifista, per cui il cancelliere Merz guida gli investimenti nella difesa concentrati nell’Europa che conta, quella del Nord-Est (con Polonia Baltici Scandinavi a fianco dei tedeschi). E poi ci sono i guai interni di Putin, l’altra ragione per cui Xi può essere scettico sul suo alleato-vassallo, che peraltro la Cina sta colonizzando economicamente.Sui disastri domestici vi propongo una sintesi di due analisi autorevoli e aggiornate.Michael McFaul, ex ambasciatore americano a Mosca durante la presidenza Obama, e Mikhail Zygar, giornalista russo in esilio, fra i più acuti osservatori del sistema putiniano, partono da punti di vista diversi ma arrivano a una conclusione convergente: la Russia non è ancora vicina al collasso, tuttavia mostra incrinature nuove, più profonde e più visibili rispetto al passato.Per capire il significato di queste crepe bisogna partire da un dato storico: negli ultimi venticinque anni Putin ha costruito uno dei sistemi autoritari più solidi del mondo contemporaneo. Un potere verticale, centralizzato, sostenuto dalla repressione, dalla propaganda e dalla progressiva distruzione di ogni opposizione indipendente. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 questo processo si è radicalizzato. I media autonomi sono stati chiusi o costretti all’esilio, la società civile smantellata, Aleksej Navalny eliminato fisicamente. La guerra è diventata il cemento ideologico del regime.McFaul invita alla prudenza. Ricorda che quasi tutte le rivoluzioni appaiono impossibili prima di accadere, e inevitabili dopo. Anche i servizi d’intelligence occidentali sbagliarono nel prevedere la Primavera araba, le proteste russe del 2011 o la rivoluzione ucraina di Maidan. Perciò nessuno può dire se il sistema putiniano stia davvero entrando in una fase terminale. Tuttavia, osserva l’ex ambasciatore americano, stanno emergendo segnali che non esistevano nei primi anni della guerra.APPROFONDISCI CON IL PODCASTIl primo segnale riguarda il fallimento strategico dell’invasione dell’Ucraina. Putin aveva annunciato obiettivi giganteschi: piegare Kiev, sostituire il governo Zelensky, «denazificare» il paese, fermare l’espansione della Nato. Nulla di tutto questo è avvenuto. L’Ucraina non solo resiste, ma oggi è più militarizzata di prima e più integrata con l’Occidente. Finlandia e Svezia sono entrate nella Nato proprio a causa della guerra. La Russia combatte da oltre quattro anni senza riuscire a ottenere la vittoria promessa.A questo si aggiunge il costo umano. Centinaia di migliaia di morti e feriti russi, un’emorragia che tocca troppe famiglie. Anche se la propaganda continua a funzionare, è difficile nascondere all’opinione pubblica l’impatto di una mobilitazione permanente. Nella storia russa le guerre perdute o interminabili hanno spesso preceduto crisi politiche profonde: accadde nel 1917 con la Prima guerra mondiale, accadde all’Unione Sovietica dopo l’Afghanistan.Il secondo fattore è economico. L’economia russa ha retto più del previsto alle sanzioni occidentali, ma il prezzo si accumula. Il complesso militare-industriale assorbe risorse enormi, il settore privato soffoca, centinaia di migliaia di giovani qualificati sono emigrati. Gli introiti energetici offrono ancora ossigeno al Cremlino, soprattutto grazie all’aumento del prezzo del petrolio provocato dalla guerra in Iran, ma si tratta di una rendita temporanea. Economisti russi che fino a pochi anni fa sarebbero rimasti in silenzio oggi criticano apertamente il sistema. Alcuni parlano di recessione imminente, inflazione e crisi di bilancio.Zygar da parte sua descrive un’atmosfera quasi da corte tardo-imperiale. A Mosca, racconta, la parola più pronunciata negli ultimi mesi è «complotto». Nei corridoi del potere si moltiplicano voci di congiure, lotte interne, rivalità fra clan. La prima scintilla è stata la diffusione di indiscrezioni sulla possibile caduta del governo di Mikhail Mishustin. Il Cremlino ha smentito rapidamente, ma in Russia le smentite ufficiali vengono interpretate come conferme.Secondo molte indiscrezioni, il gruppo più influente sarebbe ormai quello degli ex bodyguard di Putin, provenienti dal Servizio federale di protezione, l’FSO. Zygar parla di un «clan degli aiutanti di campo», composto da uomini che devono tutto alla vicinanza personale con il presidente e che avrebbero conquistato un potere crescente dentro lo Stato. Fra questi spicca Aleksej Dyumin, ex guardia del corpo trasformata in figura politica nazionale.Le voci di congiura si sono alimentate anche attraverso episodi bizzarri, tipicamente russi. Un blogger ultranazionalista vicino al Cremlino, Ilja Remeslo, ha improvvisamente accusato Putin di condurre una guerra insensata; poi è stato internato in un ospedale psichiatrico, salvo riapparire poco dopo sostenendo di essere stato «protetto» dai servizi di sicurezza. Nelle sue dichiarazioni ha evocato addirittura un possibile colpo di palazzo guidato dal premier Mishustin.Per Zygar questi episodi non dimostrano l’esistenza di una vera congiura. Piuttosto rivelano un sistema nervoso, attraversato da paure e sospetti reciproci. La guerra ha alterato gli equilibri del potere russo. Putin appare sempre più isolato, concentrato ossessivamente sul conflitto, meno interessato alla gestione quotidiana del paese. In questo vuoto si muovono fazioni diverse che cercano di rafforzarsi evocando minacce, tradimenti, colpi di Stato.Un altro elemento nuovo riguarda l’atteggiamento dei militari. Zygar riferisce che, nei circoli patriottici e nell’esercito, cresce una critica paradossale a Putin: non sarebbe abbastanza duro. Alcuni generali rimproverano al presidente di non avere avuto la spietatezza attribuita a Trump. Secondo queste correnti, la Russia avrebbe dovuto eliminare Zelensky all’inizio della guerra. Il paragone sempre più frequente è con il 1917: allora, sostengono questi ambienti, lo zar Nicola II impedì all’esercito di vincere e per questo finì travolto dai militari stessi.È una dinamica pericolosa. Non si tratta di democratici liberali che vogliono aprire la Russia all’Occidente. Al contrario, parte del malcontento nasce da nazionalisti convinti che Putin non sia abbastanza radicale. Questo rende l’evoluzione futura ancora più imprevedibile.Anche McFaul osserva che l’aumento della repressione è spesso un segno di debolezza, non di forza. Il Cremlino ha intensificato il controllo di Internet, limitato Telegram, ostacolato i VPN usati per aggirare la censura. Ma queste misure colpiscono la vita quotidiana dei cittadini: banche online, taxi, comunicazioni. Perfino funzionari e imprenditori vicini al regime cominciano a lamentarsi.Secondo indiscrezioni citate da McFaul, Putin teme seriamente attentati o tentativi di destabilizzazione, soprattutto attraverso droni. Il presidente viaggia meno, evita alcuni luoghi abituali, aumenta le misure di protezione personale.Il punto decisivo non è se esista davvero una congiura. Sia McFaul sia Zygar insistono su un’idea: il sistema appare meno stabile di quanto sembri. Nelle dittature il consenso reale è difficile da misurare. I sondaggi sono condizionati dalla paura. Tuttavia perfino istituti vicini al Cremlino registrano un calo della popolarità di Putin e del partito Russia Unita. Molti russi dichiarano di non vedere alcuna visione per il futuro del paese.Le prossime elezioni parlamentari di settembre saranno un test importante. Nessuno dubita che il Cremlino manipolerà il risultato quanto basta per garantirsi il controllo della Duma. Ma anche i meccanismi di mobilitazione elettorale mostrano segni di usura. Secondo analisti citati da McFaul, il sistema che obbligava aziende e istituzioni pubbliche a spingere gli elettori verso il voto funziona sempre peggio, complice la crisi economica e il caos amministrativo.Zygar descrive questa fase con un’immagine efficace: il potere russo assomiglia sempre più a un apparato che spara in tutte le direzioni, in modo caotico e nervoso. Continui licenziamenti, rimpasti, redistribuzioni di proprietà, promozioni improvvise di uomini dei servizi di sicurezza. Dietro questa agitazione, scrive, c’è una realtà fondamentale: lo Stato russo comincia ad avere meno risorse finanziarie per mantenere il livello di controllo costruito negli anni precedenti.Nessuno dei due autori prevede un crollo imminente. Putin resta forte. La repressione continua a funzionare. L’opposizione democratica è quasi inesistente dentro il paese. Però la Russia di oggi non è più la Russia compatta e sicura di sé del 2022. La guerra, che doveva consacrare la grandezza imperiale di Putin, sta consumando il sistema dall’interno.









