Ci sono momenti, nel calcio, in cui la differenza non la fanno soltanto moduli, schemi o scelte tecniche. Ci sono settimane in cui servono soprattutto esperienza, lucidità e personalità. Qualità che non sempre si trovano dentro il campo, ma che spesso diventano decisive nelle stanze dei dirigenti e nei confronti silenziosi che precedono le partite da dentro o fuori. In contesti del genere, una figura come Giorgio Perinetti assume un peso specifico particolare. A poche ore dalla sfida del «Druso», ritorno dei playout di B, la sua lettura diventa preziosa per capire sia gli aspetti tattici di un Bari apparso fragile e impaurito nell’andata contro il Sudtirol che tutto ciò che ruota attorno alla gestione di una squadra chiamata venerdì sera a giocarsi gli ultimi 90’ per salvare la serie B.
Direttore, come interpreta la scelta di affidare il silenzio mediatico a Longo e di esporsi invece attraverso la figura di Di Cesare?
«Sono contrario in assoluto ai silenzi stampa, di qualunque genere siano. La comunicazione è fondamentale e va fatta bene. Più le cose vanno male e più bisogna comunicare, essere presenti e mandare segnali positivi all’esterno. Le ragioni del Bari non le conosco. Nella mia carriera, è sempre stato essenziale parlare. Fatta eccezione per eventi estemporanei, come una presa di posizione per direzioni arbitrali contestate».










