Roma, 19 mag. (askanews) – Oggi il dibattito globale sull’intelligenza artificiale sta vivendo una profonda evoluzione. Non ci chiediamo più soltanto cosa l’AI possa fare, ma come debba comportarsi quando agisce a nome nostro. Stiamo infatti superando l’era dei semplici assistenti virtuali per entrare in quella degli “agenti autonomi”: veri e propri collaboratori digitali a cui le aziende delegano compiti complessi come negoziare, vendere o gestire clienti.

In questo scenario, il rischio più grande per un’impresa non è più la semplice “allucinazione” dei dati, ma quella che gli esperti chiamano Identity Drift (la deriva identitaria). Sotto pressione, di fronte a un cliente difficile o a una crisi mediatica, una AI tradizionale – si legge in un comunicato – rischia di cambiare tono, dimenticare i valori aziendali e produrre risposte che nessun consiglio di amministrazione firmerebbe. Questo accade perché i modelli linguistici attuali sanno fare tutto, ma non sanno chi sono. È qui che si inserisce il vero cambio di paradigma di i-broS™: dare un’identità certa e immutabile alle macchine.

Che cos’è i-broS™: lo scudo deterministico per i brand. Mentre colossi mondiali come Google, OpenAI e Anthropic rilasciano le infrastrutture per far lavorare centinaia di agenti artificiali contemporaneamente nelle aziende, i-broS™ risponde alla domanda fondamentale: con quale identità parleranno tutti questi agenti al posto del brand? Sviluppato a Milano, i-broS™ introduce una categoria completamente nuova nel software aziendale: la Identity Governance per l’AI.