Il summit tra Donald Trump e Xi Jinping conferma che la rivalità tra Stati Uniti e Cina è ormai il centro del nuovo ordine mondiale. Come gestire una simile competizione strutturale? Le risposte di Enrico Fardella, professore dell’Università di Napoli L’Orientale e associate director del Guarini Institute for Public Affairs alla John Cabot University, e Valbona Zeneli, nonresident senior fellow dell’Europe Center dell’Atlantic Council, nel webinar organizzato da Formiche e Decode39

“Con ogni probabilità l’evento più importante delle relazioni internazionali dall’inizio di quest’anno”. Così Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39 e giornalista di Formiche.net, ha definito il summit di Pechino tenutosi pochi giorni fa tra il presidente statunitense Donald Trump e quello cinese Xi Jinping, in apertura del webinar organizzato da Formiche e da Decode39 (il video integrale è disponibile a questo link) proprio per analizzare tutti i significati di questo incontro, che ha riportato per la prima volta un presidente americano nella capitale cinese dall’ultimo viaggio di Trump durante il suo primo mandato.

Eppure, al netto della cornice simbolica, le aspettative erano misurate. “Non credo che ci siano state tante novità oppure cose inaspettate”, ha osservato Valbona Zeneli, nonresident senior fellow dell’Europe Center dell’Atlantic Council, “era più un summit di coesistenza, di trovare un certo linguaggio di stabilità, di non-escalation”. Un incontro di gestione, insomma, non di trasformazione. Ma non per questo privo di novità. Come sottolinea Enrico Fardella, professore dell’Università di Napoli L’Orientale e associate director del Guarini Institute for Public Affairs alla John Cabot University, bisogna distinguere due piani diversi per leggere l’incontro. Il primo, quello della continuità, è quello in cui si incastona la logica dei “guardrail” già perseguita dall’amministrazione Biden e portata avanti (con forme diverse) anche dall’amministrazione Trump, finalizzata a impedire che la competizione strutturale tra Washington e Pechino scivoli verso il conflitto aperto. Il secondo riguarda invece il registro, e qui la differenza è più marcata: “L’amministrazione Trump entra in relazione con la Cina quasi in una forma di concerto di grandi potenze, come se condividesse un linguaggio strategico riguardo la sovranità, il modo in cui viene articolato il potere e anche le gerarchie di potere nell’Asia Pacifico”, riflette il professore dell’Orientale.