Trasformare un parere consultivo in un impegno politico concreto: ignorare gli obblighi climatici potrebbe rappresentare una violazione del diritto internazionale. Domani l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York voterà una risoluzione storica per la tutela dell’ambiente e la prevenzione degli effetti del cambiamento climatico. L’Italia resta in silenzio: una presa di posizione mancata che sa di passo indietro. La risoluzione - che si basa su un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2025 - è nata anche grazie alla collaborazione di Roma. Era il 2023 e l’Italia aveva supportato, insieme ad altri 132 Paesi, l’avvio del procedimento davanti alla Corte. Sono 54 i Paesi che hanno già fatto da co-sponsor, aggiungendo il proprio nome alla risoluzione prima del voto, segnalando così il proprio appoggio affinché la proposta passi. Tra questi anche Spagna, Austria, Belgio, Francia, Germania e Grecia. «Approvare questa risoluzione rappresenta un elemento di coerenza da parte dell’Italia rispetto a posizioni assunte dall’attuale governo - sottolinea Caterina Molinari, analista di Ecco, think tank italiano per il clima -. In una fase in cui la crisi climatica richiede impegni internazionali più ambiziosi e strumenti di cooperazione più efficaci, sostenere il parere della Corte Internazionale di Giustizia significa contribuire a dare maggiore forza politica e giuridica alla diplomazia climatica multilaterale. Qualsiasi altra scelta costituirebbe un passo indietro particolarmente grave, soprattutto in un momento in cui i consessi multilaterali attraversano una fase di forte fragilità». Cosa si vota a New York Sul tavolo dell’Onu ci sono anche gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015 - firmato dall’allora governo Renzi. Il documento «esorta gli Stati ad attuare misure per raggiungere l'obiettivo collettivo di mantenere l'aumento della temperatura media globale a 1,5°C, al di sopra dei livelli preindustriali». Un richiamo a degli impegni vecchi di oltre dieci anni, mentre l’Onu prevede un passo in più. La sentenza certifica l’inazione climatica come violazione del diritto internazionale. Lo si legge nel testo: «La violazione da parte di uno Stato di uno qualsiasi degli obblighi individuati dalla Corte in relazione ai cambiamenti climatici costituisce un atto internazionalmente illecito». La votazione di domani risponde a una richiesta presentata da Vanuatu - uno stato insulare del Pacifico vicino all’Australia particolarmente esposto agli effetti della crisi climatica. Ancora una volta si sottolinea un elemento chiave: uno Stato non può rimpatriare una persona nel suo paese d'origine se lì rischia un danno alla vita a causa, per esempio, dell'innalzamento del mare o di disastri climatici. Tra gli obiettivi anche transizione energetica e riduzione delle emissioni. L’impegno dell’Onu ha due scadenze precise: entro il 2030 triplicare le fonti rinnovabili, entro il 2050 raggiungere emissioni nette pari a zero. La posizione italiana L’assenza dell’Italia nella lista dei co-sponsor del testo resta distante dagli impegni assunti, almeno in via formale. La riforma costituzionale del 2022 ha introdotto a pieno titolo la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli animali tra i principi fondamentali dello Stato. Questo impegno è orientato «nell’interesse delle future generazioni», specifica il think tank Ecco: «Il parere della Corte attribuisce particolare importanza all’equità intergenerazionale, in sintonia con il testo costituzionale italiano». Il voto di domani va oltre la questione di immagine o di ambizione climatica, che a livello globale sembra non essere più elemento di vanto. «Si tratta di coerenza con gli obblighi internazionali dell’Italia - sottolinea Molinari -, con il suo quadro costituzionale e giuridico interno e con la direzione del diritto internazionale del clima che l’Italia ha finora sostenuto».
Domani il voto dell’Onu sul clima: l’Italia non c’è
Roma aveva contribuito a costruire la risoluzione sponsorizzata da 54 Paesi, tra cui Francia, Germania e Spagna. Non si è ancora espressa in merito









