La lettera di Giorgia Meloni alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è la richiesta di una via d’uscita politica a un problema di bilancio: consentire all’Italia qualche margine fiscale per affrontare il caro energia. La proposta dalla premier, peraltro già anticipata dal ministro Giancarlo Giorgetti all’Eurogruppo di due settimane prima, è quella di far rientrare sotto la clausola di salvaguardia per le spese per la difesa anche le misure per far fronte alla crisi energetica. E’ una richiesta che non può essere isolata dal contesto critico del mercato dei bond sovrani. Da venerdì è in corso una vendita generalizzata di titoli di stato, che ha simbolicamente portato i Treasury trentennali americani sopra il 5 per cento, il livello più alto dal 2007. Analogamente, i titoli di stato giapponesi a trent’anni hanno superato il 4 per cento per la prima volta dal 1999. Il rialzo ha riguardato anche i titoli tedeschi e, in misura maggiore per la crisi politica del governo Starmer, anche i Gilt britannici. I mercati hanno iniziato a riprezzare il rischio dopo aver atteso, invano, che l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping sbloccasse la crisi in Medio oriente: la chiusura dello Stretto di Hormuz è destinata a perdurare, l’inflazione ad aumentare, i tassi di interesse ad alzarsi e la crescita economica a ridursi.In questo contesto, anche i bond italiani hanno subìto il colpo: il Btp si è avvicinato di nuovo a un rendimento de 4 per cento (era del 3,3 per cento prima della guerra in Iran). Ma, tutto sommato, il debito italiano sta tenendo botta. Il Btp mantiene uno spread di circa 10 punti sull’Oat francese e di circa 80 punti sul bund tedesco, distanza notevole considerando che fino a un paio d’anni fa lo spread era di 150 punti. Non è un risultato banale per un paese come l’Italia, che ha oltre 3 mila miliardi di euro di debito, pari al 138 per cento del proprio pil. Non a caso è stato evidenziato nell’ultimo rapporto annuale della Bce, che nel segnalare una generale pressione al rialzo sui rendimenti dei titoli di stato europei per l’aumento dei piani di spesa, ha sottolineato che “ha fatto eccezione il rendimento dei titoli di Stato decennali italiani, rimasto sostanzialmente invariato rispetto al livello di fine 2024 – scrive l’Eurotower – sostenuto dal consolidamento in atto della posizione di bilancio dell’Italia”. Al contrario di quanto è accaduto a paesi come la Francia, incapace di ridurre il disavanzo, o la stessa Germania che ha deciso di espandere il bilancio.Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, pertanto, sono ben consapevoli che se ora il debito italiano non è nel mirino dei mercati – un po’ come sta accadendo ai Gilt britannici – è per merito del consolidamento fiscale degli ultimi anni. L’“austerità” (come la chiamano i detrattori) o la “prudenza” (come la chiama Giorgetti) lungi dall’essere ciò che frena l’economia italiana è ciò che le sta garantendo stabilità in una situazione di forte tensione internazionale. La lettera della premier mostra che la linea del “faremo da soli”, intesa come “scostamento di bilancio” o “sospensione del Patto di stabilità”, che pure è stata portata avanti con decisione nella maggioranza dopo la sconfitta al referendum, soprattutto da parte della Lega di Matteo Salvini, non è un’opzione reale. Il governo si presenterebbe sui mercati mettendosi un bersaglio sulla fronte. Allo stesso tempo, però, il governo non può restare con le mani in mano, mentre il veleno dei prezzi alti del petrolio e del gas si propaga nell’economia reale, facendo aumentare l’inflazione e ridurre la crescita. Soprattutto in un anno pre-elettorale. Anche perché, nel frattempo, le misure introdotte stanno erodendo i pochi margini fiscali residui (il 22 maggio scade il taglio temporaneo delle accise, e rifinanziarlo è sempre più complicato).L’unica strada possibile per il governo è cercare una copertura europea, che le consenta se non di risolvere la crisi energetica quantomeno di avere qualche margine di bilancio nell’anno prima delle elezioni. Sulla sua strada Meloni potrà trovare alleati politicamente insoliti – come la Francia di Macron, la Spagna di Sánchez e la Polonia di Tusk – ma che guardano lo stesso calendario: le elezioni nel 2027. A prescindere dalle diverse sensibilità politiche e nazionali, per tutti i governi si pone lo stesso problema: spiegare all’elettorato che è possibile spendere per comprare armi ma non per ridurre le bollette. La proposta di Meloni, di usare la clausola di salvaguardia sia per la difesa sia per l’energia, può offrire una via d’uscita politicamente accettabile. Per il momento la Commissione fa capire che non ci sono le condizioni, ma la ma la trattativa con Von der Leyen è ancora finita.