Redazione

19 maggio 2026 08:51

Foto Antonio Masiello

Anche a Palermo, Catania e Messina, come nelle altre grandi città italiane, nascere e crescere in un quartiere piuttosto che in un altro fa la differenza. Bambini, bambine e adolescenti che vivono nelle aree vulnerabili sono più esposti al rischio di povertà e di dispersione scolastica e hanno minori opportunità di accesso a spazi verdi e servizi ricreativi, con conseguenze sulle possibilità di futuro di ciascuno di loro. È quanto emerge dalla ricerca “I luoghi che contano” pubblicata oggi da Save the Children, l'organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.Lavoro a singhiozzo, scarsa istruzione e futuro incerto: la geografia del disagio a Palermo, zona per zonaA Palermo più di 14mila minori (14.302), il 13,2% del totale dei residenti 0-17enni in città, vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (Adu). A Catania sono 6.887 (il 13,5% del totale dei residenti 0-17enni in città) e a Messina 2.905 (l’8,8% del totale dei residenti 0-17enni in città). In queste aree - 14 individuate da Istat a Palermo, 7 a Catania e 3 a Messina - il 63,8% delle famiglie vive in povertà relativa a Palermo, il 68,1% a Catania e il 48,8% a Messina. Più di uno studente delle scuole secondarie di primo e secondo grado su 10 (il 17,8% a Palermo, il 15,7% a Catania e il 10,9% a Messina) ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto all’8,8% della media dell’intero Comune a Palermo, e più elevata rispetto alla media del comune anche a Catania (8,7%), e Messina (6%). Il 23,6% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione implicita a Palermo (con 4 punti percentuali in più della media del Comune del 19,6%), il 21,8% a Catania con 4 punti percentuali in più della media del Comune di 17,5%, il 19,3% a Messina con circa 6 punti percentuali in più della media del Comune di 13,6%. Oltre un 15-29enne su 2 a Palermo e a Catania (rispettivamente 55,5% e 57%), più di un 15-29enne su 3 a Messina (39,7%) non studia e non lavora, rispetto al 32,2% della media del Comune a Palermo (+23,3 punti percentuali), 34,8% a Catania (+22,2 punti percentuali), 28% a Messina (+11,7 punti percentuali)."Centoquarantaduemila bambine, bambini e adolescenti in Italia - dice Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children - vivono nelle periferie fragili delle grandi città, dove spesso sono costretti a confrontarsi con gravi disuguaglianze socioeconomiche e territoriali. Per questo abbiamo voluto dedicare Impossibile, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, al tema delle periferie. È proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro". "Non sono più rinviabili interventi strutturali capaci di rimuovere gli ostacoli che limitano ingiustamente le opportunità dei minori e di contrastare la povertà educativa - aggiunge Fatarella -. Serve una strategia nazionale di rigenerazione urbana, dotata di risorse certe, che guardi ai territori con una 'lente generazionale', mettendo in rete realtà diverse e interventi complementari e valorizzi il potenziale dei giovani e delle comunità locali. E, come ci chiedono per primi i ragazzi, sono necessari più spazi pubblici dedicati a loro. In quest’ottica è fondamentale istituire presìdi socio-educativi nei territori più fragili: luoghi accessibili, sicuri e accoglienti, attivi durante tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare, contribuendo anche alla programmazione, ad attività culturali, sportive, artistiche e ricreative, e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Luoghi che offrano possibilità di crescita e di futuro".La ricerca e le proposte dell’Organizzazione rappresenteranno il cuore di "Impossibile 2026", la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si svolgerà il 21 maggio a Roma, a partire dalle 9 presso l’Acquario Romano (qui tutte le info e il programma).Le periferie dei bambiniNei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane italiane un bambino su dieci (10,3%) vive nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (Asu) mappate da Istat. In totale sono circa 142 mila. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo ospitano quasi il 73,5% dei minori che vivono nelle ADU. La città di Palermo conta più di 14mila (14.302) 0-17enni nelle Adu, Catania 6.887, Messina 2.905. Nelle aree vulnerabili dei capoluoghi delle città metropolitane si registra in media una maggiore concentrazione di 0-17enni rispetto alla media del Comune (il 16,7% della popolazione contro il 14,8%). Si confermano in linea con questa tendenza Palermo con il 20,9% rispetto al 16,8%, Catania con il 22,2% contro il 16,7%, Messina con 17,1% rispetto al 15%.Nei quartieri fragili delle 14 città metropolitane italiane il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa (con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale), oltre 17 punti percentuali in più rispetto al 25% della media dei comuni capoluogo. Le disuguaglianze più marcate si registrano nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle ADU contro una media cittadina del 36,8%, a Catania il 68,1% contro il 41,7%, a Messina il 48,8% contro il 32,2 %; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%. Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali). Più contenuto lo scarto a Firenze, il 28,1% a fronte di una media cittadina del 17,4% (+10,7 punti percentuali).Disuguaglianze educative e rischio segregazione scolasticaÈ sul piano educativo che si registrano le maggiori disuguaglianze tra ragazze e ragazzi tra i vari quartieri della stessa città, dove si arrivano a registrare divari pari a quelli tra Nord e Sud del Paese. Secondo un’elaborazione Istat per Save the Children, nelle aree svantaggiate dei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane il 15,4% degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media complessiva dei comuni capoluogo (7,6%). Il divario più ampio (13,8 punti percentuali) si registra nella città di Venezia, dove gli studenti che hanno abbandonato gli studi o hanno ripetuto l’anno nelle ADU raggiunge il 21,7%, mentre la media cittadina si ferma al 7,9%. Differenze significative anche a Napoli (18,1% nelle ADU contro 9,8% della media cittadina) e a Cagliari (18,9% contro 9,7%). A Palermo l’abbandono degli studi o la ripetizione dell’anno scolastico nelle Adu ha riguardato il 17,8% degli studenti contro l’8,8% della media cittadina, a Catania il 15,7% contro l’8,7%, a Messina il 10,9% contro il 6%, mentre a Milano l’incidenza passa dal 14,3% al 7,6%.Un’elaborazione dei dati del ministero dell’Istruzione e del Merito realizzata dall’Organizzazione evidenzia inoltre che tra gli studenti della secondaria di I grado che frequentano scuole all’interno o in prossimità delle aree fragili nelle 14 città, il 3,8% ha ripetuto l’anno scolastico, contro l’1,6% nel resto del comune (a Palermo il 2,7% contro l’1,5%, a Catania il 3,9% contro l’1,1%, a Messina il 3,2 contro lo 0,6%); alla scuola secondaria di II grado si tratta del 6,2%, rispetto al 4,7% nel resto della città (a Palermo il 5,1% contro il 7,4%, a Catania il 4,9% contro il 4,6%, a Messina il 6,2% contro l’1,3%).Pur non potendo assumere un carattere predittivo, è interessante notare come sia quasi doppio anche il rischio di dispersione implicita[5] in terza media, al 20,8% nelle scuole nelle Adu o in prossimità rispetto alla media delle città metropolitane dell’11%. Disuguaglianze molto ampie a Bologna, dove il rischio di dispersione implicita alla fine delle scuole medie per chi frequenta una scuola nelle Adu o in prossimità raggiunge il 23,1%, rispetto a una media cittadina di appena il 6%, a Milano (21,1% contro 6%) e Firenze (22,2% contro 9%). Divari molto marcati anche a Reggio Calabria (21,9% contro 9,3%), Torino (20,9% contro 9,1%), Cagliari (21,9% contro 10,1%) e Venezia (16,7% contro 6,6%). A Roma si passa da una media del 9,6% nella città al 17,2% nelle Adu, a Palermo dal 19,6% al 23,6%, a Catania dal 17,5% al 21,8%, a Messina dal 13,6% al 19,3%.Il rischio di dispersione implicita non varia solo tra quartieri, ma nelle aree svantaggiate lo fa maggiormente anche all’interno delle stesse scuole, concentrandosi in alcune classi. La variabilità della dispersione tra le diverse classi terze di una stessa scuola secondaria di primo grado nelle aree fragili è infatti quattro volte più alta (10,2) rispetto alla media dei comuni capoluogo delle città metropolitane (2,3), segnalando un forte rischio di segregazione scolastica. A Palermo si passa da 10,1 a 3,2, a Catania da 11 a 3,3, a Messina da 9,9 a 2,3.Per quanto riguarda l’accesso alle mense scolastiche, a Palermo ne beneficia solo il 10,4% degli alunni della scuola primaria nelle aree vulnerabili, un dato quasi doppio tuttavia rispetto al 5,7% della media cittadina, a Catania il 21,7% contro il 13,5% della media cittadina, a Messina il 19,4%, più basso in questo caso della media cittadina del 20,8%.Le disuguaglianze emergono anche negli anni successivi: nelle città metropolitane il 35,6% dei 15-29enni che vive nelle Adu non è occupato né iscritto ad alcun corso di studi, quasi 13 punti percentuali in più rispetto al 22,9% della media dei comuni capoluogo delle città metropolitane. Differenze molto rilevanti in particolare a Palermo, dove il 55,5% dei giovani nelle Adu non studia e non lavora, mentre la media del Comune scende al 32,2%, a Catania (57% nelle Adu contro 34,8% nel resto della città), a Messina, il 39,7% contro il 28% della media cittadina, a Napoli (42,9% contro 29,4%) e a Bari (34,4% contro 21,6%). Fatta eccezione per Venezia (37,3% contro 19,7%), al Centro-Nord il fenomeno è meno intenso e con divari più contenuti: a Milano riguarda il 29,1% dei giovani nelle Adu contro una media cittadina del 19,9%; a Firenze il 25,6% nelle Adu rispetto a una media del comune del 17,5%; a Roma è del 31% nelle ADU a fronte di una media cittadina del 20%.“Questa ricerca - dichiara Raffaela Milano, direttrice Ricerche di Save the Children - è stata un lavoro corale, nata dal presupposto di non poter parlare di periferie senza il coinvolgimento attivo di ragazzi e ragazze che le vivono. Anche se segnato dalla povertà, il proprio quartiere per gli adolescenti è uno spazio ricco di senso e di legami, un luogo che conta. È proprio in virtù di questo legame che provano rabbia e frustrazione quando lo vedono abbandonato. Le loro richieste sono molto semplici, ma rivoluzionarie se guardiamo ad alcuni contesti: pulizia e decoro, luoghi dove trovarsi, servizi di trasporto, spazi per fare sport, musica e cultura, illuminazione pubblica e sicurezza. Chiedono a gran voce soprattutto una cosa: maggior rispetto per il luogo in cui vivono. Perché crescere in un quartiere periferico significa essere etichettati da pregiudizi difficili da scardinare e molti avvertono il peso dello stigma. È urgente non solo potenziare concretamente le reti dei servizi, ma anche valorizzare i quartieri riconoscendo la loro identità e le loro risorse civiche”.Le raccomandazioni dell'organizzazioneSave the Children sottolinea la necessità di un intervento strutturale di rigenerazione urbana che valorizzi le risorse delle comunità locali e assuma i contesti urbani più fragili come ambiti prioritari di intervento, per contrastare le disuguaglianze e garantire una tutela effettiva dei diritti di bambine, bambini e adolescenti.È fondamentale definire una strategia di lungo periodo e garantire risorse strutturali continuative per lo sviluppo e il rafforzamento sul territorio dei servizi dedicati a bambini, bambine e adolescenti, riconoscendone il ruolo essenziale, sin dai primi anni di vita, nei percorsi educativi, di crescita e di partecipazione alla vita delle comunità locali. In particolare, l’Organizzazione lancia oggi una petizione (qui il link) a sostegno di un percorso legislativo che preveda l’istituzione di Presìdi Socio-Educativi nelle aree più vulnerabili delle città: spazi pubblici accessibili, sicuri e accoglienti, attivi tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare da protagonisti, contribuendo anche alla programmazione e realizzazione di attività culturali, sportive, artistiche e ricreative e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Questi spazi vogliono inserirsi in una logica di collaborazione tra istituzioni, scuole, Terzo Settore, associazioni e comunità locali, attraverso l’attivazione di Patti Educativi di Comunità.Per definire programmi di rigenerazione urbana a partire dal punto di vista dei bambini delle bambine e degli adolescenti, Save the Children, alla luce dell’esperienza maturata nei propri interventi su territorio, propone l’adozione di uno strumento partecipato di analisi del territorio e di programmazione strategica dal punto di vista dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: il Child Check. Questo strumento ha l’obiettivo di individuare priorità, definire target chiari e misurabili e orientare interventi capaci di generare contesti urbani a misura di bambino, fin dalla nascita.L'impegno di Save the ChildrenSave the Children è da sempre impegnata nella promozione e nella tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, in Italia e nel mondo, con particolare attenzione al contrasto delle disuguaglianze sociali, educative e territoriali. Attraverso progetti come i Punti Luce – 27 centri educativi gratuiti che Save the Children ha sviluppato in tutta Italia a partire dal 2014 (in Sicilia sono tre: due Punti Luce a Palermo, allo Zen e alla Zisa, e uno a Catania, a San Giovanni Galermo), - e i programmi di innovazione sociale e di sostegno alle comunità educanti, a Palermo (Zen) e a Catania (Picanello), che includono il Polo Millegiorni a Catania per i servizi 0-6 anni e il progetto S.C.AT.T.I. per l'inclusione scolastica, l’Organizzazione lavora ogni giorno nei territori, in collaborazione con le realtà locali, per garantire opportunità educative, culturali e di partecipazione a bambini, bambine e adolescenti, nella convinzione che investire nei minori, sin dall’infanzia, significhi investire nella qualità della democrazia e nel futuro delle città.