Redazione

19 maggio 2026 09:55

Foto di archivio Pixabay

Anche a Genova, come nelle altre grandi città italiane, nascere e crescere in un quartiere piuttosto che in un altro fa la differenza. Bambini, bambine e adolescenti, che vivono nelle aree vulnerabili, sono più esposti al rischio di povertà e di dispersione scolastica e hanno minori opportunità di accesso a spazi verdi e servizi ricreativi, con conseguenze sulle possibilità di futuro di ciascuno/a di loro. È quanto emerge dalla ricerca 'I luoghi che contano' pubblicata martedì 19 maggio 2026 da Save the Children, l'organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.A Genova circa 7.500 minori, il 10% del totale di quelli residenti in città, vive in un'area di disagio socioeconomico urbano (Adu). In queste aree il 30,1% delle famiglie vive in povertà relativa. Più di un/a studente delle scuole secondarie di primo e secondo grado su 10 (il 16,4%) ha abbandonato la scuola o ripetuto l'anno scolastico, una percentuale quasi doppia rispetto all'8,5% della media dell'intero comune; il 20,2% di chi frequenta l'ultimo anno delle medie è a rischio dispersione implicita (una percentuale quasi doppia rispetto alla media del comune del 10,3%); più di un 15-29enne su 4 (27%) non studia e non lavora, rispetto al 17,1% della media del comune.Le periferie dei bambiniNei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane italiane un/a bambino/a su dieci (10,3%) vive nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (Adu) mappate da Istat. In totale sono circa 142mila. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo ospitano quasi il 73,5% dei minori che vivono nelle Adu. Nella città di Genova circa 7.500 0-17enni.Nelle aree vulnerabili dei capoluoghi delle città metropolitane si registra in media una maggiore concentrazione di 0-17enni rispetto alla media del comune (il 16,7% della popolazione contro il 14,8%). Genova si conferma in linea con questa tendenza, con il 14,6% rispetto al 13,2%.Nei quartieri fragili delle 14 città metropolitane italiane il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa (con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale), oltre 17 punti percentuali in più rispetto al 25% della media dei comuni capoluogo. Le disuguaglianze più marcate si registrano nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle Adu contro una media cittadina del 36,8%; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%.Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Genova il 30,1% nelle aree di disagio contro il 15,5% della città nel suo complesso (+14,6 punti percentuali), Torino il 37,6% contro il 19% (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali). Più contenuto lo scarto a Firenze, il 28,1% a fronte di una media cittadina del 17,4% (+10,7 punti percentuali), mentre a Roma è del 37,2% nelle Adu contro il 20,9%.Le disuguaglianze educative e il rischio di segregazione scolasticaÈ sul piano educativo che si registrano le maggiori disuguaglianze tra ragazze e ragazzi tra i vari quartieri della stessa città, dove si arrivano a registrare divari pari a quelli tra Nord e Sud del Paese. Secondo un’elaborazione Istat per Save the Children, nelle aree svantaggiate dei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane il 15,4% degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o ripetuto l'anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media complessiva dei comuni capoluogo (7,6%).Il divario più ampio (13,8 punti percentuali) si registra nella città di Venezia, dove gli studenti che hanno abbandonato gli studi o hanno ripetuto l'anno nelle Adu raggiunge il 21,7%, mentre la media cittadina si ferma al 7,9%. Differenze significative anche a Genova (16,4% nelle Adu contro l'8,5% della media cittadina), Napoli (18,1% contro 9,8%) e a Cagliari (18,9% contro 9,7%). A Roma si registrano si registrano distanze più contenute (10,8% contro 5,3%), mentre a Milano l'incidenza passa dal 14,3% al 7,6%.Un'elaborazione dei dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito realizzata dall’Organizzazione evidenzia inoltre che tra gli studenti della secondaria di I grado che frequentano scuole all’interno o in prossimità delle aree fragili nelle 14 città, il 3,8% ha ripetuto l’anno scolastico, contro l’1,6% nel resto del comune (a Genova il 4,3% contro il 3,1%); alla scuola secondaria di II grado si tratta del 6,2%, rispetto al 4,7% nel resto della città (a Genova il 7,2% contro il 5,4%).Pur non potendo assumere un carattere predittivo, è interessante notare come sia quasi doppio anche il rischio di dispersione implicita in terza media, al 20,8% nelle scuole nelle ADU o in prossimità rispetto alla media delle città metropolitane dell’11%. Disuguaglianze molto ampie a Bologna, dove il rischio di dispersione implicita alla fine delle scuole medie per chi frequenta una scuola nelle Adu o in prossimità raggiunge il 23,1%, rispetto a una media cittadina di appena il 6%, a Genova (il 20,2% contro il 10,3%), a Milano (21,1% contro 6%) e Firenze (22,2% contro 9%). Divari molto marcati anche a Reggio Calabria (21,9% contro 9,3%), Torino (20,9% contro 9,1%), Cagliari (21,9% contro 10,1%) e Venezia (16,7% contro 6,6%).Il rischio di dispersione implicita non varia solo tra quartieri, ma nelle aree svantaggiate lo fa maggiormente anche all’interno delle stesse scuole, concentrandosi in alcune classi. La variabilità della dispersione tra le diverse classi terze di una stessa scuola secondaria di primo grado nelle aree fragili è infatti quattro volte più alta (10,2) rispetto alla media dei comuni capoluogo delle città metropolitane (2,3), segnalando un forte rischio di segregazione scolastica. A Genova si passa da 10,1 a 2,3.Per quanto riguarda l’accesso alle mense scolastiche, a Genova ne beneficia il 94,03% degli alunni della scuola primaria nelle aree vulnerabili, un dato superiore rispetto all’89,63% della media cittadina.Le disuguaglianze emergono anche negli anni successivi: nelle città metropolitane il 35,6% dei 15–29enni che vive nelle ADU non è occupato né iscritto ad alcun corso di studi, quasi 13 punti percentuali in più rispetto al 22,9% della media dei comuni capoluogo delle città metropolitane. Differenze molto rilevanti in particolare a Palermo, dove il 55,5% dei giovani nelle ADU non studia e non lavora, mentre la quota media del comune scende al 32,2%, a Catania (57% nelle Adu contro 34,8% nel resto della città), a Napoli (42,9% contro 29,4%) e a Bari (34,4% contro 21,6%).Fatta eccezione per Venezia (37,3% contro 19,7%), al Centro-Nord il fenomeno è meno intenso e con divari più contenuti: a Milano riguarda il 29,1% dei giovani nelle ADU contro una media cittadina del 19,9%; a Firenze il 25,6% nelle ADU rispetto a una media del comune del 17,5%; a Genova è del 27% nelle ADU a fronte di una media cittadina del 17,1%.