Si chiude con 12 condanne e pene complessive per quasi 70 anni di reclusione il processo 'Nerone', nato da un’indagine dei carabinieri su una serie di incendi dolosi e episodi di violenza avvenuti nell’Alto Varesotto. La sentenza, che ha accolto le richieste del pm della Dda di Milano Giovanni Tarzia, è stata pronunciata oggi dal tribunale di Varese. Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di estorsione, usura, minacce, lesioni, spaccio di stupefacenti e violenza privata, con l’aggravante del metodo mafioso. Per gli addetti ai lavori si tratta di una decisione "storica", perché per la prima volta in quel territorio viene riconosciuta l’utilizzo di dinamiche tipiche della criminalità organizzata per la commissione di reati comuni.Il fulcro dell'inchiesta: il metodo mafioso

L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, si è concentrata sulla contestazione del cosiddetto «metodo mafioso": secondo l'accusa, gli imputati avrebbero esercitato pressioni e intimidazioni anche tramite riferimenti a contesti criminali e legami con ambienti riconducibili alla 'ndrangheta, per imporre il controllo del territorio e il recupero dei crediti. Le difese hanno sempre respinto tale impostazione, negando l’esistenza di un sistema intimidatorio di stampo mafioso. Al centro del procedimento la figura di Giuseppe Torcasio, detto 'Zio Pino', per il quale erano stati chiesti 11 anni e 5 mesi di reclusione. L'uomo risulta legato da vincoli familiari a Vincenzo Torcasio, già condannato per associazione mafiosa e ritenuto vicino alla cosca Giampà di Lamezia Terme. Agli imputati non veniva comunque contestata l’appartenenza alla 'ndrangheta, ma l’utilizzo di metodi riconducibili a quell'ambiente criminale.Dagli incendi d'auto alla "finanziaria parallela"