Ni.Ce.

20 maggio 2026 15:11

Il tribunale di Treviso

Otto anni e 3 mesi di reclusione con una multa di 6mila euro per il commercialista coneglianese Nicolò Corso, 10 anni per l'imprenditore Vincenzo Zanato, 5 anni 5 e 8 mesi di e 5.800 di multa per l'imprenditrice Teresa Calamia, 5 anni e 2.500 euro di multa per l'avvocato coneglianese Benedetta Collerone Russo, 9 anni e 9 mesi di reclusione per il commercialista Mario Pietrangelo, 4 anni e 3 mesi per Giovanni Condorelli, 4 anni e 6 mesi di reclusione per Massimiliano Zingaropoli, 2 anni per Maria Carolina Braca, 2 anni Giovanni Dal Cin mentre per Giuseppe Pinese c'è la richiesta di non procedibilità essendo il reato prescritto. Queste le richieste di condanna della Procura di Treviso nei confronti dei nove accusati di aver fatto parte di una rete di persone, tra professionisti, imprenditori, ex bancari e altro che avrebbero spolpato alcune aziende trevigiane. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti gli imputati entravano nella società, distraevano beni e risorse finanziarie e la facevano fallire. Una, due, sette volte, fino a intascarsi quasi otto milioni di euro. Originariamente erano 18 gli indagati dalla Procura di Treviso ma alcuni dei quali sono usciti di scena grazie ai riti alternativi.Secondo i militari della Guardia di Finanza, che effettuarono le indagini, gli imputati facevano parte di una struttura organizzata. Sette le aziende finite nel loro mirino, stando alle indagini: Inoxfim e Alufilm di Salgareda, Vetreria Veneta e Lafood Group di Conegliano, Power Srl e Giromel Autotrasporti di Pieve di Soligo, Of Interni Srl di Maserada (alcune parti civili con l’avvocato Lorenzo Zanella). Complessivamente sarebbero stati drenati oltre 7,7 milioni di euro con un meccanismo relativamente semplice: vicine al fallimento, le imprese diventavano preda dei nuovi soci, che intendevano fare cassa. Così Corso e gli altri trovavano delle "teste di legno" disponibili a fare gli amministratori delegati (in particolare Zanato, un pensionato con problemi economici e la Braca, che faceva la donna delle pulizie presso alberghi) e sottraevano denaro con false fatture, oltre a mettere in campo contratti di affitto di ramo d'azienda fittizzi per gestire il magazzino. Sono serviti mesi di indagini alla guardia di Finanza: prima per capire che dietro una serie di fallimenti c'era qualcosa che non tornava, poi per rendersi conto che le modalità operative e i nomi che giravano attorno alle aziende erano sempre gli stessi.Ad accendere le prime spie rosse è stato il tratto comune di imprese che non pagavano le imposte e poi trasferivano le proprie sedi dalla Marca all'estero, in particolare in Brasile e in Venezuela, con un passaggio intermedio a Roma per cercare di dare meno nell'occhio. Il puzzle è andato a posto, tessera dopo tessera, nome dopo nome. Le accuse sono bancarotta fraudolenta, riciclaggio e appropriazione indebita in concorso. Non viene contestata l'associazione per delinquere perché il gruppo avrebbe lavorato in «assetto variabile».