Non si capisce come sia riuscito a infiltrarsi, in un festival di Cannes che mai come quest’anno celebra la storia di Francia: l’eroe della resistenza Jean Moulin nel film di László Nemes, o “La Bataille De Gaulle” dittico sul generale De Gaulle che comprende “L’âge de fer” e J’écris ton nom”, sceneggiati e diretti da Antonin Baudry. Poi c’è “Cantona”, che dice di sé “Non sono un uomo. Sono Cantona”. Il più riuscito, classico senza svolazzi, è “La Troisième Nuit” di Daniel Auteuil: il salvataggio di 108 bambini ebrei dal campo di Vénissieux e dalla deportazione. Nel 1942, sotto il governo di Vichy.L’intruso, a pari merito con “Teenage Sex and Death at Camp Miasma”, è “Jim Queen” film d’animazione diretto da Marco Nguyen e Nicolas Athane, proiettato a mezzanotte (per la stampa, alle otto del mattino). Jim Queen è un influencer gay di gran successo, milioni di followers lo venerano per il corpo perfetto: chiappe disegnate con il compasso, torace depilato ma non troppo, addominali a quadrotto. Ma un terribile morbo si diffonde in palestra, nelle saune, nelle discoteche: l’Heterosis. Primo sintomo: un quadrotto addominale che fa plop! e scompare. Orrore e disperazione: Jim campa sui follower, gli addominali spariti sono una tragedia. Entra in scena Lucien, magro come una sottiletta e grande fan di Jim Queen, di cui è segretamente innamorato. Ma l’orribile mamma che gli porta i caffè a letto lo tiene prigioniero, guai a uscire nel mondo cattivo. Lucien e Jim Queen finalmente si incontrano, andranno alla ricerca del misterioso dotto Ragoo, che potrebbe avere una cura. A due o tre gag per scena, il divertimento è assicurato. Nulla dell’universo queer rimane fuori: dallo sniffatore di sneakers, agli Orsi, pelosi e soprappeso, a un Hitler mascherato, con cani al seguito.“Paper Tiger” di James Gray è uno dei due film americani in concorso; l’altro è l’indipendente Ira Sachs con “The Man I Love”, sempre gradito ospite con i suoi film di amori tra maschi (in programma tra qualche giorno). Anche James Gray viene invitato regolarmente, e stavolta – sarà lo spirito antiamericano che si diffonde – non è stato ben giudicato né applaudito. La trama non è tanto originale, in effetti. Ma i film con i gangster a Brooklyn hanno variazioni limitate, soprattutto se come “Paper Tiger” sono ambientati negli anni Ottanta. I cattivi sono russi, brutti ceffi che intendono sviluppare un trasporto di petrolio via acqua, nel canale di Gowanus a Brooklyn – allora inquinato, oggi ripulito e gentrificato. Se ne parla nel romanzo di Jonathan Lethem “Brooklyn senza madre”; Thomas Wolfe negli anni Quaranta ne parlava come di una “gran sinfonia di puzze, provenienti da varie putrefazioni”. I buoni sono Miles Teller – occhialuto e padre di famiglia non troppo sveglio – e la moglie Scarlett Johansson. I figli, incolpevoli, vengono portati in macchina dal padre a visitare i luoghi della futura ricchezza. All’insaputa della madre, e suggestionato dal fratello Adam Driver, ex poliziotto che si spaccia per insider. Forse lo è, ma gli affari non sono proprio puliti, né senza rischi. Miles Teller fa il padre di famiglia con la camicia a scacchi. Adam Driver è il fratello sveglio, di successo, ex poliziotto e chissà quante altre cose. La moglie Scarlett Johansson fa la casalinga, mentre il marito si caccia nei pasticci lei scopre di avere un tumore. Ma guai a dirlo al marito, che vorrebbe fare il salto verso la ricchezza. Modesta, in verità. Giusto per mandare i figli al college. Non ha capito che il Gowanus Canal è, secondo Jonathan Lethem, “l’unico corso d’acqua al mondo composto al 90 per cento di armi”.