Altri tre film in Concorso: László Nemes torna a sondare il nazismo, sul fronte della Resistenza francese; Jeanne Herry segue una ragazza problematica; Na Hong-Jin gioca all’horror catastrofico. Il primo indigna, il secondo inquieta, il terzo diverte.
MOULIN di László Nemes (Concorso) – Jean Moulin è uno dei grandi padri della Resistenza francese al nazismo. Fu arrestato, torturato e ucciso nel 1943. Jacques Martel (questo il nome di copertura di Moulin), al quale Gilles Lellouche dà opportunamente un volto il più inespressivo possibile, per non far cogliere le sue reazioni, finisce in galera dopo una retata. Sottoposto più volte a interrogatori da parte dell’ufficiale tedesco Klaus Barbie (un magnifico, mefistofelico Lars Eidinger), che gioca in maniera spudorata la sua posizione dominante, stimolando un rapporto quasi di perversa attrazione intellettuale (si veda l’esecuzione di alcuni reclusi, finta soltanto per Martel), Moulin regge finché può, fino a cedere, senza ovviamente tradire nessuno, se non se stesso. Nemes, al quale si può solo “rimproverare” di aver esordito con un film talmente memorabile, “Il figlio di Saul”, difficilmente replicabile, almeno come stupore inatteso, ritrova la forza e la potenza dei suoi momenti migliori: tutta la prima parte è quasi un noir politico, manipolando la clandestinità come effetto vibrante degli avvenimenti, mentre la seconda, quando il gioco si fa più duro, diventa più diretta, quasi greve nella rappresentazione della violenza (si pensi alla ragazza sbranata dai cani), ma ristabilendo anche con necessità cosa fu il nazismo (e il fascismo), cosa che oggi si tende a dimenticare o sottovalutare troppo. Ne esce un film dall’impostazione classica, una rilettura che tende in modo esplicito a martirizzare un personaggio che comunque tale calvario subì sul serio, ma anche la capacità di estrapolare un inno alla resistenza, che oggi molti sembrano voler dimenticare. Voto: 7.










