Il regista ungherese László Nemes non ha voluto rendere l’eroe della Resistenza francese un santino. Dai suoi ultimi dieci giorni nelle mani del boia Klaus Barbie emergono le due facce opposte dell’umanità: «Quella umanista e quella concentrata sulla distruzione di ogni coscienza»«De Gaulle ci tiene la pistola puntata alla tempia» è il 1943, e a Parigi si firma, tra molti mugugni, l’atto costitutivo del Cnr, il Consiglio Nazionale della Resistenza. A far superare le croniche divisioni che le forze antifasciste non hanno mai smesso di trascinarsi dietro, a imporre l’unità, è Jean Moulin, nome di battaglia Max, inviato da Londra, da dove va e torna facendosi paracadutare, con questa ultima missione cruciale. Il 21 giugno 1943 viene arrestato, con falsi documenti intestati Per continuare a leggere questo articoloSei già abbonato?Teresa MarchesiCritica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come inviata speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, Effedià - Sulla mia cattiva strada, su Fabrizio De André, presentato al Festival del Cinema di Roma e al Lincoln Center di New York, premiato con un Nastro d'Argento speciale, e Pivano Blues, su Fernanda Pivano. presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.
Un uomo di fronte al nazismo, lo scontro di civiltà di “Moulin”
Il regista ungherese László Nemes non ha voluto rendere l’eroe della Resistenza francese un santino. Dai suoi ultimi dieci giorni nelle mani del boia Klaus Barbie emergono le due facce opposte dell’umanità: «Quella umanista e quella concentrata sulla distruzione di ogni coscienza»








