“Sono uscito perché quel giorno morivo”. Comincia e si chiude in poche frasi spezzate e contraddittorie il racconto dal carcere di Salim El Koudri, 31 anni, accusato di aver seminato il terrore nel cuore di Modena.

Assistito dal suo difensore, al quale è apparso “confuso e frastornato”, l’uomo ha cercato di ricomporre i frammenti di un pomeriggio di ordinaria furia. “Andavo più forte che potevo”, ha ammesso, salvo precisare subito dopo di non aver voluto “fare del male a nessuno”. Informato delle lesioni gravissime provocate ai passanti, in particolare della donna a cui sono state amputate le gambe, ha reagito solo con un laconico: “Che cosa tremenda”. Davanti ai pubblici ministeri, però, El Koudri si è avvalso della facoltà di non rispondere, in attesa dell’udienza di convalida del fermo fissata per il 19 maggio 2026.

Parole che delineano un intento distruttivo, ma al tempo stesso confuso e opaco. Quel silenzio contrasta con la traccia sonora di un rancore sedimentato negli anni e rimasto impresso nei dispositivi elettronici sequestrati dagli inquirenti.

Nell’aprile del 2021, cinque anni prima di trasformare l’auto in un’arma, El Koudri aveva inviato quattro email all’Università di Modena e Reggio Emilia, dove si era laureato in Economia aziendale. Messaggi intrisi di frustrazione e rabbia sociale: “Voglio lavorare”, “Dovete farmi lavorare”, imponeva ossessivamente, pretendendo un impiego diverso da quello di magazziniere. A tali sollecitazioni, via via più aggressive, si accompagnavano pesanti insulti contro i cristiani ed espressioni blasfeme verso Gesù Cristo.