Se oggi, più di ieri, il gruppo italiano degli yacht di lusso parla cinese è merito di tante piccole spintarelle arrivate da numerosi soggetti finanziari del Dragone rimasti nell’ombra ma improvvisamente spuntati fuori nelle ore decisive dell’assemblea. E che hanno fornito un contributo decisivo alla causa di Pechino. Ecco chi sono
La battaglia navale per il controllo di Ferretti si è conclusa. Almeno per il momento, visto che al ministero delle Imprese si lavora per capire se ci siano spazi di manovra per azionare la leva del golden power e sterilizzare, per quanto possibile, la governance cinese uscita decisamente irrobustita dopo la vittoria in assemblea, la scorsa settimana, oltre a impedire il trasferimento in Cina di tecnologia Ferretti. L’assise degli azionisti, svoltasi in un clima a dir poco teso e a porte chiuse, ha infatti sancito non solo la riaffermazione di Weichai, il produttore di macchinari cinese con inclinazioni nel campo militare, a cui fa capo la proprietà del cantiere italiano da tredici anni e ha ottenuto il 52,3% dei voti, contro il 47,4% della sfidante ceca Kkcg. Ma anche un suo rafforzamento, molto ben rappresentato dall’uscita di scena, dopo dodici anni, di Alberto Galassi, per far posto al ben più allineato Stassi Anastassov. Una spaccatura a spaccatura interna che ha portato alle dimissioni di due consiglieri storici, quali Piero Ferrari e Stefano Domenicali.












