Che cosa succede fra Ue e Cina? L'analisi di Oliver Grimm tratta dal Mattinale Europeo.
Il 27 novembre 2007, il giorno prima del decimo vertice Ue-Cina, José Manuel Barroso si rivolse ai quadri della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese a Pechino. L’allora presidente della Commissione ebbe solo parole di elogio per loro. “È per me un grande onore essere qui, in questa prestigiosa scuola che svolge un ruolo centrale nella formazione degli uomini e delle donne che portano sulle spalle il pesante compito di guidare questo paese e di portare avanti le riforme della Cina e la sua apertura al resto del mondo”, dichiarò entusiasticamente Barroso.
Europa e Cina, disse Barroso, “non condividono lo stesso sistema politico. Ciononostante, crediamo di affrontare le stesse sfide politiche e sociali”. E si spinse ancora oltre: “Vediamo grandi somiglianze tra il vostro concetto di ‘sviluppo scientifico’ e ciò che in Europa chiamiamo abitualmente ‘sviluppo sostenibile’. Abbiamo una notevole esperienza in questi ambiti, quindi vedo un enorme potenziale di cooperazione e scambio di esperienze tra noi, coinvolgendo le nostre imprese, università, ricercatori e società civili”.
Non è noto se il pubblico – la futura élite di una dittatura totalitaria – abbia sorriso alle osservazioni di Barroso. Tuttavia, proprio in quel periodo, la leadership del Partito accelerò la propria strategia geopolitica, che ha portato oggi la Cina a dominare quasi tutti i mercati mondiali delle materie prime critiche. Una strategia talmente efficace che Joris Teer, principale analista per la tecnologia e la sicurezza economica presso l’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza (EUISS), può riassumerne le conseguenze in una frase inquietante: “La prosperità e la sicurezza dell’Europa oggi dipendono da Pechino”. E’ uno dei messaggi di un ampio studio pubblicato ieri dall’EUISS.













