Faccia pulita da bravo ragazzo e mani sporche di farina. Giuseppe Pavone, 30 anni, catanese, non ha avuto dubbi su cosa fare nella vita. La sua è una famiglia che pure avrebbe potuto mantenerlo agli studi universitari ma, tra i tanti coetanei che scelgono ingegneria, informatica o medicina, lui si è girato verso l’arte antica e manuale della panificazione, con la predilezione per la pizza. “Per carità servono tanto anche ingegneri e medici”, tiene a precisare, “Ma ci sono attitudini diverse; non possiamo fare tutti la stessa cosa”.
Giusto. E partiamo proprio da qui: perché un neo diplomato, senza una storia di famiglia nel campo alle spalle, decide di appassionarsi a farine e lievitati salati?
«Non c’è un perché preciso. Il nonno paterno di cui porto il nome mi aveva regalato una pala giocattolo da pizzaiolo quand'ero bambino: chissà forse ci aveva visto lungo o è stata una semplice coincidenza. Mi dispiace però non averla più quella pala. E’ stata una passione scoperta ancora prima che prendessi il diploma. Mi piaceva proprio lavorare in questo campo. All’epoca giocavo anche a calcio, ma l’attrazione per acqua e farina è stata più forte. Sono partito dai gradini più bassi. Ho fatto il cameriere, lavato pavimenti, piatti, ho lavorato nelle pizzerie d’asporto così come nei catering. Nel frattempo mi sono formato, studiando tecnica e pratica, in un’accademia tra Catania e Milano, e da allora non mi sono più fermato, girando tanto per esperienze in Italia e in Europa. Oggi partecipo anche a tanti eventi del settore, come "Casa Sanremo", "Casa Bocelli" e cerco di prendere parte sempre alle Fiere».










