Difficile trovare una notizia, scrivendo di pizza a Napoli. Patrimonio cittadino, alimento che ha sfamato intere generazioni e che continua ad affascinarne altrettante in tutto il mondo, fino alla consacrazione Unesco che ne ha premiato l’arte. Della pizza napoletana si è scritto e detto tanto, a volte troppo verrebbe da dire. Ma questa impressione cambia radicalmente ascoltando parlare chi del capitolo “rinnovamento” ha scritto le prime righe. Allora la Notizia è lui, Enzo Coccia, maestro pizzaiolo per definizione. “Non sono un’artista”, sottolinea. “Io sono un artigiano, un pizzaiolo con un’identità, un cervello e un’anima”. E un pioniere, aggiungiamo. Uno che, poco più di 30 anni fa ha preso la tradizione, che amava e ama, che rispettava e rispetta, e senza fuochi di artificio e vanagloria ne ha cambiato il volto. In un modo così intrinseco che, probabilmente, molti dei giovani pizzaioli che oggi vanno per la maggiore neanche se ne rendono conto.
Ma facciamo prima un lungo, lunghissimo passo indietro. Fino al 1915, quando la famiglia Coccia, originaria della Duchesca, a pochi passi da Porta Capuana, apre un piccolo chiosco. Pochi prodotti, semplici ed economici, in particolare il “cuoppo” dei fritti che va a ruba. L’umile inizio di un’attività di successo che evolverà prima in trattoria e, infine, in pizzeria, “La Fortuna”, quella dove negli anni 70 il giovane Enzo muoverà i primi passi tra farine e condimenti. Un destino che sembrava segnato: una vita di gesti ripetuti continuando sempre a fare “come si è sempre fatto”. Invece no. A un certo punto scatta qualcosa, ed Enzo Coccia, sostenuto in questo dal padre Antonio, fa una cosa apparentemente rivoluzionaria: studia. Il diploma, certo, ma va oltre: un master su tradizioni e culture alimentari dei popoli del Mediterraneo con il professor Marino Niola, la partecipazione a Slow Food, i corsi da sommelier.






