C'è un peso che non si misura in chili, ma in sguardi. È il carico invisibile di chi, ogni mattina, deve negoziare il proprio diritto di esistere in uno spazio pubblico che la vorrebbe diversa, con la pelle più levigata, più conforme, semplicemente meno sé stessa. Non è solo questione di vanità ferita o di un selfie venuto male; è una faccenda di diritti, di salute mentale e di quella dignità che troppo spesso viene erosa da un commento non richiesto o da una risatina soffocata in metropolitana. Per questo, il 16 maggio smette di essere una data qualunque sul calendario per diventare un megafono: la prima Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico, il cosiddetto body shaming.
L’appello dell’ex ministro Brunetta: “È violenza psicologica, morale, materiale”
L'Italia diventa così uno dei primi Paesi europei a dare un nome istituzionale a una ferita che troppe persone portano in silenzio. In un intervento potente affidato alle pagine del Corriere della Sera, l’ex ministro e parlamentare Renato Brunetta ha definito il body shaming per quello che è: una violenza psicologica, morale e materiale, capace di produrre sofferenza e isolamento. La testimonianza del presidente del CNEL ci ricorda come la denigrazione del corpo non risparmi nessuno e colpisca duramente anche gli uomini: si pensi alle feroci ironie sulla sua statura, o ai casi internazionali di attori come Russell Crowe e Brendan Fraser, messi alla gogna per i loro cambiamenti fisici in termini di peso.












