Il body shaming è violenza. È violenza psicologica, capace di produrre sofferenza misurabile, abbandono scolastico, isolamento, disturbi della nutrizione, depressione. Un dolore provocato che può sfociare in conseguenze devastanti per chi le subisce e per i propri cari. Per anni è stato considerato una bizzarria del costume, una rude consuetudine, al massimo una mancanza di tatto. Dal 16 maggio, lo Stato lo riconoscerà per quello che è — violenza psicologica, morale e materiale — e gli dedica una Giornata nazionale, contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone. Era ora.

La legge è stata voluta con tenacia dall’onorevole Martina Semenzato, prima firmataria e presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni altra forma di violenza di genere, e fa dell’Italia uno dei primi Paesi europei a dare un nome istituzionale a una ferita che troppe persone portano in silenzio. Nominarla è il primo passo per combatterla, ed è il segno che le istituzioni hanno finalmente smesso di girare lo sguardo dall’altra parte.

Lo scrivo con la voce di chi ne sa qualcosa. Della mia statura non porto responsabilità, sono responsabile soltanto di quello che ho fatto nella vita. Per anni ho sentito chiamarmi «tappo», «nano», ed espressioni peggiori, dai banchi dell’aula scolastica fino agli scranni dell’aula parlamentare, dalle vignette dei quotidiani agli insulti anonimi della Rete. Ho retto perché ho avuto la fortuna delle spalle larghe, e di una biografia che mi ha protetto. Ma le ferite dell’infanzia non si chiudono mai del tutto, si imparano a portare, semmai, e tornano quando meno te lo aspetti, davanti a una battuta in televisione, a una vignetta sul giornale del mattino, a una risatina di troppo in mezzo a una riunione, restituendoti per intero il bambino che eri. E ripiombi nell’amarezza e nel dolore. A quel bambino devo molto, e a quel bambino devo soprattutto un impegno. È per lui che ho sostenuto fin dal primo giorno la legge dell’onorevole Semenzato. Ed è per lui, e per i milioni di bambine e bambini che oggi stanno crescendo con le stesse ferite, che continuerò a battermi. Anzi, mi impegnerò di più. Perché ogni passo avanti porta con sé un compito ulteriore, e questa Giornata ne è uno. Penso ai ragazzi che si chiudono in camera, alle ragazze che si guardano allo specchio con paura, agli anziani derisi per come il tempo ha disegnato i loro tratti, alle persone con disabilità trattate come bersagli. Lo dobbiamo a loro. Tutti.Il mio coming out l’ho fatto in diretta, il 24 luglio 2022, ospite di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai Tre, davanti a milioni di telespettatori. Erano i giorni in cui mi dimettevo da ogni incarico di partito, anche a seguito delle esternazioni della compagna del Presidente Berlusconi, Marta Fascina, che mi aveva definito «traditore» e «nano», citando una canzone di De André. In quella sede dissi, in pubblico per la prima volta, quanto avessi sofferto, e quanto continuassi a soffrire, per gli insulti sulla mia statura. Ringrazio ancora Lucia Annunziata per la sensibilità con cui mi accompagnò in quel passaggio. Magari l’avessi fatto trent’anni prima. Fu davvero liberatorio. Da allora non ho più smesso di parlarne, e non smetterò.E qui devo essere franco anche con chi, in qualità di giornalista, mi è collega. I colpi più feroci, i più subdoli, oggi non arrivano soltanto dagli anonimi della Rete, ma arrivano anche dai luoghi che dovrebbero illuminare il dibattito pubblico: arrivano da certo giornalismo, anche da quello dei cosiddetti salotti buoni, da certa satira, da certi vignettisti che dietro la maschera della caricatura celano disprezzo e violenza. Potrei fare decine di nomi. Direttori, capiredattori, editorialisti, vignettisti, comici, fotografi. Mi astengo dal farlo perché mi interessa il fenomeno, prima che i singoli. È una violenza travestita da intelligenza, che si rivolge alla statura, al peso, al volto, al genere, all’età, e che si autorizza credendo di esercitare un diritto che non esiste. Come accadeva nelle vignette pubblicate sulle riviste naziste come Der Stürmer, che utilizzavano sistematicamente il naso adunco e altri tratti caricaturali esagerati per demonizzare gli ebrei. Sappiamo tutti come andò a finire.La libertà di critica è una conquista altissima della democrazia, e proprio per questo non va confusa con la licenza di umiliare. Quando una vignetta, una battuta televisiva, un editoriale ironizzano ferocemente sul corpo di una persona, smettono di essere satira e diventano un atto di violenza brutale con una firma autorevole sotto. Permane in molti, inoltre, l’illusione che la Rete sia un territorio franco, dove ogni licenza è concessa perché protetta dall’anonimato. Quell’illusione va smontata. La Rete è uno strumento di democrazia, e va difesa dalla violenza che vi attecchisce. Educare al rispetto del corpo altrui e della persona significa anche educare alle parole, ai gesti digitali, alla responsabilità di ciò che si scrive credendo che nessuno legga.Per parte mia, ho scelto di trasformare quella confessione televisiva del luglio 2022 in un impegno costante. Al Cnel, organo che ho l’onore di presiedere, è stato recentemente istituito un Osservatorio permanente dedicato alle condotte denigratorie sull’aspetto fisico. Una sola istituzione, però, non basta; servono famiglia, scuola, media, sport, terzo settore, corpi intermedi. Serve fare rete. Una Giornata è un atto simbolico, e gli atti simbolici contano nella misura in cui generano comportamenti virtuosi. Mi auguro che il 16 maggio non resti una data sul calendario, e che diventi piuttosto un banco di prova quotidiano per chiunque abbia una voce pubblica. Per i direttori che decidono cosa va in prima pagina e non solo, per i conduttori che scelgono quale battuta lasciar passare, per gli editorialisti, per i vignettisti che ridono di un corpo, per chiunque abbia il privilegio di parlare a milioni di persone, e per ciò stesso la responsabilità di non ferire nessuno. La civiltà di un Paese si misura anche così, nella somma minuta dei gesti di ciascuno. Quella misura è riconosciuta oggi per legge. Tocca a noi farla diventare un’abitudine, una sensibilità condivisa. La normalità, fatta di cultura ed etica dello stare insieme.