Dal 16 maggio l’Italia avrà una Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone. Una scelta che segna un passaggio culturale prima ancora che politico: il body shaming viene riconosciuto per ciò che è, una forma di violenza psicologica capace di produrre sofferenza reale, isolamento, disturbi alimentari, depressione e, nei casi più estremi, conseguenze devastanti. Renato Brunetta, in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, ha raccontato la propria esperienza personale. Ha ricordato gli insulti ricevuti per la sua statura – dai banchi di scuola fino alla vita politica – e il peso che certe parole continuano ad avere anche a distanza di anni. «Per anni ho sentito chiamarmi “tappo“, “nano“, ed espressioni peggiori, dai banchi dell’aula scolastica fino agli scranni dell’aula parlamentare, dalle vignette dei quotidiani agli insulti anonimi della Rete». Un dolore che, racconta, riaffiora davanti a una «battuta televisiva, a una vignetta o a un commento apparentemente banale».
Brunetta richiama nell’articolo anche il momento in cui, nel luglio 2022, durante una trasmissione televisiva condotta da Lucia Annunziata, parlò pubblicamente per la prima volta della sofferenza provocata dagli attacchi sul proprio aspetto fisico. Una confessione che definisce «liberatoria» e che da allora si è trasformata in un impegno pubblico contro ogni forma di umiliazione legata al corpo. Nella sua riflessione, l’ex ministro punta il dito anche contro «alcune derive del mondo mediatico e della comunicazione pubblica». Vignette, battute e commenti che colpiscono il corpo delle persone – sostiene – smettono di essere satira quando diventano strumenti di umiliazione.










