Un lungo scritto firmato sul Corriere della Sera per parlare di come il bodyshaming sia violenza. Renato Brunetta è netto: “È violenza psicologica, capace di produrre sofferenza misurabile, abbandono scolastico, isolamento, disturbi della nutrizione, depressione”. L’occasione è una data, il prossimo 16 maggio, quando “lo Stato lo riconoscerà per quello che è — violenza psicologica, morale e materiale — e gli dedica una Giornata nazionale, contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone. Era ora”.

E Brunetta spiega che “la legge è stata voluta con tenacia dall’onorevole Martina Semenzato, prima firmataria e presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni altra forma di violenza di genere, e fa dell’Italia uno dei primi Paesi europei a dare un nome istituzionale a una ferita che troppe persone portano in silenzio“.

Poi l’esperienza personale: “Lo scrivo con la voce di chi ne sa qualcosa. Della mia statura non porto responsabilità, sono responsabile soltanto di quello che ho fatto nella vita. Per anni ho sentito chiamarmi “tappo”, “nano”, ed espressioni peggiori, dai banchi dell’aula scolastica fino agli scranni dell’aula parlamentare, dalle vignette dei quotidiani agli insulti anonimi della Rete. Ho retto perché ho avuto la fortuna delle spalle larghe, e di una biografia che mi ha protetto”.