Mi chiamo Ophelia e la mia storia con il cibo e la cucina inizia molto lontano, dall’infanzia. Sono cresciuta con mia nonna e mia zia nel sud del Mozambico, nella provincia di Gaza. Come tante altre donne delle zone rurali, mia nonna ha iniziato presto a insegnarmi a cucinare e a portarmi nell’orto, così che capissi da dove veniva il cibo e il valore che aveva. La qualità e quantità di quello che coltivavamo cambiava a seconda delle condizioni climatiche, che determinavano il successo o meno dei raccolti.
La nostra zona è caratterizzata da piogge irregolari. Ricordo che si seminavano fagioli e mais uno accanto all’altro, perché mia nonna diceva che la pianta di fagioli arricchisce il suolo di azoto, mentre quella del mais lo utilizza: quindi era importante metterli insieme per compensare. Poi arrivava il momento in cui dovevamo coprire le piante con l’erba elefante per mantenere l’umidità del suolo nei periodi di siccità. Erano gesti quotidiani, ma anche forme di conoscenza agricola costruite nel tempo, per resistere a un clima incerto.
Oggi vivo a Milano e lavoro come chef, ma queste esperienze fanno ancora parte di me. Ogni volta che prendo un prodotto lo osservo con attenzione, cerco di riconoscerne le caratteristiche, soprattutto nei prodotti tropicali: li devo toccare, annusare, sentirne il profumo.









