Chi pedala su di una bicicletta sa bene di vivere, mentre muove i pedali, una forma di ribaltamento del buon senso. Perché trovare nella fatica, a volte accecante, la realizzazione del piacere e della più completa serenità altro non è che qualcosa che stride con quello che viene solitamente considerato buon senso. Che ci sia una spiegazione scientifica a tutto questo, un aumento della produzione di endorfine, non è poi così importante.Il ciclismo, che dell’andare in bicicletta è la forma più veloce, vive anch’esso, a volte, in un ribaltamento del buon senso. Quanto accaduto oggi ne è una dimostrazione. L’ottava tappa del Giro d’Italia 2026, quella che doveva celebrare la bellezza e la durezza dell’entroterra marchigiano, si è decisa sulla strada pianeggiante che costeggia l’Adriatico. È lì che a 76 chilometri dall’arrivo, prima dell’inizio delle strade collinari con i suoi tratti con pendenze in doppia cifra, che Mikkel Bjerg e Jhonatan Narváez hanno trovato l’attimo giusto per salutare tutti e infuturarsi verso l’arrivo. Al loro fianco, dopo circa un chilometro, si è aggiunto Andreas Leknessund.Tre uomini dalla pedalata potente e convinta possono avere la meglio su un gruppo, soprattutto quando il gruppo non ha granché voglia di concedersi una giornata di scatti e accelerazioni su salite tanto corte quanto fastidiose.E così i tre uomini dalla pedalata potente e convinta si sono costruiti in una dozzina di chilometri lo spazio sufficiente per non doversi curare troppo di un manipolo di inseguitori che si era formato al loro inseguimento. A volte è meglio essere in pochi e ben motivati che in tanti e timorosi. Perché quando si è in tanti va spesso a finire che si parcellizza a tal punto la responsabilità individuale che quella condivisa scompare. E infatti i venti corridori che inseguivano non hanno raggiunto i tre.Mikkel Bjerg, Andreas Leknessund e Jhonatan Narváez hanno pedalato di comune accordo per una sessantina di chilometri, con il norvegese della Uno-X Mobility che faceva il minimo indispensabile per evitare di essere accusato dai due compagni di squadra di essere un parassita. Nessuno se l’è presa, quando si è in due contro uno va sempre così e nessuno si cruccia davvero.È stato poco prima dell’inizio della salita che porta a Capodarco, quando Mikkel Bjerg ha parlottato con il compagno ecuadoriano, probabilmente per annunciargli il fatto che non ce la faceva più, che proprio Mikkel Bjerg ha allungato. Un fuoco di paglia. La miccia che però serviva per lo scatto di Jhonatan Narváez. Andreas Leknessund ha perso qualche metro, a lungo ha fatto credere, soprattutto a se stesso, che sarebbe tornato alla ruota dell’ecuadoriano. Non ce l’ha però fatta.Jhonatan Narváez ha incontrato una solitudine, più ciclistica che reale vista la quantità di persone che affollava i bordi delle strade del Giro, lunga dieci chilometri. Sotto lo striscione d’arrivo si è presentato da solo per festeggiare la seconda vittoria in questa edizione della corsa rosa.Alle sue spalle è arrivato Andreas Leknessund, come era difficile che non accadesse. Mikkel Bjerg invece non ce l’ha fatta a fare altrettanto. Il gruppetto degli inseguitori lo ha raggiunto sull’ultima salita che portava all’arrivo. Martin Tjotta è così riuscito a raggiungere un’insperata terza posizione.Poco da segnalare nel gruppo. Jay Hindley ha preceduto Jonas Vingegaard, Giulio Pellizzari è apparso poco convinto di sprintare e ha perso due secondi dai due, Felix Gall ha fatto una gran fatica sui tratti dove la pendenza superava abbondantemente in 10 per cento.
Al Giro Narvaez vince la tappa del ribaltamento del buon senso
Il corridore ecuadoriano è arrivato da solo sotto lo striscione d'arrivo dell'8a tappa del Giro d'Italia. La tappa di Fermo doveva risolversi sui muri marchigiani, è stata decisa prima in riva all'Adriatico e poi su di un falsopiano che anticipava la salita che portava a Capodarco. Pellizzari perde altri due secondi da Vingegaard










