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Marco Bonarrigo

L'azzurro ha ceduto (ma non è crollato). Ora deve incassare lo schiaffo senza abbattersi o ridimensionare le ambizioni

A 5.200 metri dal primo traguardo in salita del Giro d’Italia, Giulio Pellizzari ha avuto un solo secondo per scegliere tra cuore e ragione, decidere se incollarsi alla ruota di Jonas Vingegaard o (provare a) recuperarlo in progressione. A 22 anni le ragioni del cuore frequentemente prevalgono e Giulio si è subito francobollato al sedere di Vingo che gli è scattato in faccia tre volte senza scrollarselo di dosso. Il testa a testa ci ha esaltato per 600 metri: al quarto scatto Pellizzari ha spalancato la bocca a caccia di ossigeno e scalato due denti al rapporto mentre il danese scompariva all’orizzonte.

Ci sono due modi di interpretare la prestazione di Giulio sul Blockhaus, dov’è arrivato con 65” di ritardo dal vincitore, distanziato nettamente anche dall’austriaco Gall che di secondi ne ha persi soltanto tredici. I vecchi suiveur pensano che, accertato l’errore (perdonabile, vista l’età) di rispondere d’istinto a uno dei due più forti scalatori del mondo, Pellizzari debba comunque mettere da parte il piano A (vincere il Giro) e concentrarsi sul piano B (salire su uno dei due gradini più bassi del podio) vista la prestazione di Gall e considerando che anche il compagno Jay Hindley e Ben O’Connor paiono in palla.