Redazione
16 maggio 2026 13:22
La nave "Sea Watch 5" (Foto: X)
Nuovo scontro sul fronte migratorio nel Mediterraneo. Dopo l’arrivo nel porto di Brindisi con 166 persone soccorse in mare, la procura ha aperto un’indagine nei confronti del capitano della Sea-Watch 5 con l’ipotesi di favoreggiamento dell’ingresso illegale di migranti in Italia. Secondo quanto riferito dall’organizzazione tedesca, uomini della Guardia costiera e della polizia italiana sarebbero saliti a bordo della nave umanitaria, avrebbero sequestrato documenti e attrezzature e ascoltato membri dell’equipaggio fino a tarda notte. Sarebbe previsto anche, a breve, l’interrogatorio del comandante.Gli spari contro la Sea Watch e l'inchiesta La vicenda arriva a pochi giorni da un altro episodio denunciato dalla Ong: il presunto attacco armato subito dalla Sea-Watch 5 nelle acque del Mediterraneo centrale. L’organizzazione sostiene infatti che una motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica avrebbe aperto il fuoco contro la nave dopo un’operazione di salvataggio di 90 migranti in acque internazionali, minacciando l’abbordaggio e tentando di costringerla a dirigersi verso Tripoli. Un secondo mezzo avrebbe poi intimato all’equipaggio di consegnare le persone soccorse per riportarle in Libia.Il post dell'Ong su X Per Sea-Watch i due episodi - l’attacco in mare e l’inchiesta giudiziaria in Italia - sarebbero collegati. “Spari libici e criminalizzazione italiana sono due facce della stessa medaglia”, ha affermato la portavoce Giorgia Linardi, parlando di “aggressione allo stato di diritto” e di un nuovo attacco alle attività di soccorso umanitario nel Mediterraneo.Le accuse dell'Ong contro le autorità italiane e lo scontro politico interno Secondo la ricostruzione fornita nei giorni scorsi dalla Ong, l’attacco sarebbe avvenuto l’11 maggio, subito dopo il recupero di 90 persone nella zona Sar libica. Sea-Watch aveva denunciato l’esplosione di circa 15 colpi di arma da fuoco e l’inseguimento da parte di unità navali libiche. L’organizzazione aveva inoltre accusato il governo italiano di non essere intervenuto nonostante le richieste di supporto e aveva criticato l’assegnazione di Brindisi come porto di sbarco, definito troppo distante, con quattro giorni di navigazione necessari per raggiungerlo.Un post critico dell'Ong sulla cooperazione fra autorità italiane e libiche (Fonte: X) Al centro delle polemiche anche il Memorandum Italia-Libia e le motovedette cedute negli anni alle autorità libiche. Sea-Watch sostiene infatti che alcune delle imbarcazioni coinvolte negli episodi di intimidazione sarebbero state donate dall’Italia nell’ambito della cooperazione con Tripoli per il controllo delle partenze migratorie. Tra queste la Murzuq 662, trasferita nel 2023, e la Ras Jadir 648, già indicata in passato in diversi episodi di violenza in mare.Le accuse avevano acceso lo scontro politico interno. Esponenti delle opposizioni, da Avs a +Europa fino al Pd, avevano parlato di responsabilità italiane nella gestione dei rapporti con la Libia, criticando il governo Meloni per aver continuato la collaborazione con la Guardia costiera libica nonostante le denunce di violazioni dei diritti umani.Il vero nodo politico al centro dell'inchiesta L’inchiesta aperta dopo lo sbarco riporta al centro una questione che accompagna da anni le Ong impegnate nel Mediterraneo: dove finisca l’obbligo internazionale di soccorso e dove inizi, secondo alcune procure, il rischio di agevolare l’immigrazione irregolare.Sea-Watch difende la scelta del proprio comandante sostenendo che consegnare i migranti alle autorità libiche avrebbe significato partecipare a un respingimento illegittimo verso un Paese che molte organizzazioni internazionali non considerano un "porto sicuro". "Il nostro capitano ha agito mettendo al primo posto la protezione delle persone a bordo", afferma l’organizzazione.L’esito dell’indagine dovrà chiarire, in sostanza, se le autorità italiane ritengano che durante l’ultima missione siano state violate norme sull’ingresso dei migranti nel territorio nazionale. Intanto il caso rischia di riaprire il confronto, mai sopito, sul ruolo delle navi umanitarie, sugli accordi con la Libia e sulle responsabilità degli Stati europei nella gestione dei soccorsi nel Mediterraneo.










