Un lavoro stabile in Italia e una carriera già avviata nel cuore dello sport professionistico, Paolo Menaspà, 46 anni, non aveva un’urgenza da cui scappare. Eppure, nel 2011, decide di lasciare tutto per inseguire un’intuizione: crescere ancora. Non per necessità, ma per evoluzione. “In realtà ero contento dov’ero, lavoravo da anni in un prestigioso centro di medicina dello sport vicino a Milano, ma vedevo che la scienza dello sport in Australia era un gradino avanti”, racconta a ilfattoquotidiano.it. È lì che nasce la scelta di partire per Perth, accettando una scommessa audace: passare da un contratto a tempo indeterminato a uno status da studente per intraprendere un dottorato “industry based PhD”, metà ricerca accademica e metà lavoro sul campo con una squadra di ciclismo. “I miei genitori non erano molto contenti, lasciavo una sicurezza per qualcosa di incerto, ma volevo vedere cosa c’era dall’altra parte”.

Quella che doveva essere un’esperienza formativa si trasforma rapidamente in un percorso professionale strutturato, anche grazie a un paradosso: il suo essere italiano diventa un vantaggio competitivo. “Nel ciclismo, in quegli anni, parlare italiano e conoscere il contesto faceva la differenza. Ero valorizzato anche per questo”. Ma è solo l’inizio. Oggi Paolo è Chief Science Officer dell’Australian Institute of Sport, uno dei ruoli più prestigiosi nella governance della ricerca sportiva del Paese, con una responsabilità chiave nella preparazione delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Brisbane 2032. Un salto che racconta bene cosa può significare uscire dai confini italiani per chi lavora in ambiti altamente specializzati. La differenza, però, non sta solo nelle opportunità individuali, ma nel sistema. “Qui c’è un forte coordinamento a livello nazionale: università, istituzioni e centri lavorano insieme per un obiettivo comune, migliorare le performance degli atleti”.