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Ultimo aggiornamento: 14:59
Avete presente quella sensazione da “il meglio deve ancora venire”? Salvo imprevisti (leggi: stupidate, tipo dare una gomitata fuori da ogni logica a Reid in una semifinale di conference…), è quello che si pensa guardando giocare oggi i San Antonio Spurs. Il motivo è fortemente legato a quella guardia tiratrice da 2,28, che fa arresto a due tempi in stile Larry Bird e che risponde al nome di Victor Wembanyama. Ma non solo. Prendete Dylan Harper, figlio di quel Ron Harper che per anni ha stazionato nel vertice alto del triangolo offensivo di Tex Winter prima ai Bulls e poi ai Lakers. Rookie di 20 anni, scelto dagli Spurs con la numero due dello scorso Draft. Fate conto un veterano per come sta in campo. Mancino che entra momentaneamente dalla panchina, ma che ha già la parola “titolare” idealmente tatuata sul petto. Le sue incursioni in palleggio, molto fluide e potenti, sono spesso in grado di accendere emotivamente la gara in corso. Sia Portland che Minnesota se ne sono accorte, loro malgrado. Notevole cambio di direzione in palleggio, svincolarsi nel traffico sembra il suo mestiere. Non è un razzo palla in mano, non ha lo stacco da terra di un Robert Pack (iconico play di Denver degli anni ’90) per dire, ma ha piedi rapidi, gran fisico e i fondamentali di chi fin da piccolo ha tirato in giardino sotto lo sguardo del proprio papà, all’epoca giocatore NBA di altissimo livello. Sta brillando in questi playoff, particolarmente contro i T-Wolves. Ottimo tempismo. È elemento imprescindibile della second unit degli Spurs. Mette quasi 14 punti di media a partita con un rassicurante 38% da fuori. Il tiro da tre, tra le più evidenti imperfezioni del suo gioco, sta già arrivando?







