Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.
Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.
L'autore di "La secondina" narra un'esistenza dominata dal lavoro della donna in carcere
La secondina (Gramma Feltrinelli, pagg. 128, euro 16) è la storia di Maria, che sotto la dittatura dei Colonnelli si ritrova sola con un figlio e accetta l'unico lavoro disponibile: la guardia in un carcere femminile di Atene dove c'è ancora la pena di morte. È anche la storia di suo figlio, la cui anima incontra davvero quella della madre solo pochi anni fa, quando la memoria di lei sta svanendo, rubata dall'Alzheimer. Lo scrittore greco Nikos Davvetas (foto) porta questo suo memoir familiare oggi alla Casa Circondariale Femminile di Vercelli e domani al Salone (ore 15, Sala Internazionale Pad. 2), perché è in una serie di prigioni, metaforiche e reali, che si svolge il suo viaggio esistenziale.
"Quando mia madre si è ammalata mi sono reso conto che aveva dimenticato tutto tranne una cosa, che ricordava in ogni dettaglio: il suo lavoro in carcere. La prigione era l'unico luogo in cui potessimo incontrarci ancora, come madre e figlio. Ho deciso di scrivere questo libro solo quando ho iniziato a vedere mia madre come un'eroina letteraria" racconta Davvetas. Per decenni si è vergognato di lei: "Non osavo nemmeno nominare la sua professione. Ma la letteratura sovverte gli stereotipi e i costrutti ideologici: quando ti concentri sulla sofferenza, sulla perdita e sulle ferite delle persone, comprendi come i concetti di bene e male, progressista e conservatore siano assai fluidi; come essi possano coesistere nella stessa persona e manifestarsi in momenti diversi. E così mia madre, nelle vesti di eroina letteraria, mi ha aiutato a scoprire i suoi stessi traumi, a mettermi nella sua posizione difficile e a capire le sue reazioni, benché con quarant'anni di ritardo".






