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Greta Privitera

Come vede Teheran i colloqui tra Donald Trump e Xi Jinping. La questione, per l'Iran, è capire fino a che punto l’alleato cinese sia disposto a spingersi nel sostegno alla Repubblica islamica

L’apertura del Teheran Times è una domanda in neretto che sovrasta una foto a mezza pagina, dove Donald Trump sorride al ministro degli Esteri cinese Wang Yi: «Vorrà e potrà la Cina tirare fuori dal pantano gli Stati Uniti?». È attraverso questa immagine che gli ayatollah chiedono di guardare a Pechino, trasformando l’incontro con Xi nell’occasione per presentare il nemico americano come un gigante zoppo, costretto a cercare aiuto.

Sui giornali e sui social in farsi, il summit tra Trump e Xi Jinping è seguito e commentato senza sosta. La stampa più intransigente racconta un’America stanca, umiliata, logorata dalla crisi nello Stretto di Hormuz e costretta a bussare alla Cina per una via d’uscita. Washington, nel racconto, chiede aiuto per riaprire il braccio di mare da cui passa una fetta cruciale del greggio cinese e prova al tempo stesso a far leva su Xi per ottenere da Teheran concessioni sul nucleare. Dentro questa sceneggiatura, gli ayatollah si muovono con disinvoltura. Da settimane ripetono allo sfinimento di aver vinto — almeno sul piano strategico — il confronto con Usa e Israele, una vittoria che nella loro narrazione basta per dettare il ritmo e costringere i nemici ad adeguarsi. Una fonte interna al governo di Teheran ci assicura che «non c’è allarme per la posizione cinese e che Pechino resta un partner affidabile», ci ricorda anche il recente viaggio del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e le rassicurazioni ricevute.