Taiwan, vista su una mappa, sembra quasi un dettaglio. Un’isola lunga poco più di 390 chilometri, stretta fra il Mar Cinese Meridionale e il Pacifico occidentale. È poco più grande del Maryland, a volerla vedere con occhi americani. In alcuni punti bastano poche ore di auto per attraversarla da costa a costa. Eppure è lì, compressa fra montagne, foreste subtropicali e città ipertecnologiche, che passa una parte enorme dell’economia mondiale.
Lo sa bene Donald Trump, ma lo sa bene anche Xi Jinping, che durante l’incontro con l’omologo statunitense ha chiarito con una certa urgenza che Taiwan è il punto più fragile (e pericoloso) delle relazioni fra i due Paesi. Perché mentre gli Stati Uniti continuano a riarmare Taipei, sul fronte cinese queste mosse vengono viste come ingerenze.
Ma torniamo a Pechino, dove la narrativa ha lasciato spazio alle relazioni industriali e alle partnership. E dove la centralità dell’isola si è palesata in tutta la sua importanza, con un solo denominatore: i chip.
Oggi Taiwan è il centro della produzione mondiale di semiconduttori avanzati, col 90% della produzione globale. E questo rende ogni tensione fra Washington e Pechino un problema che riguarda direttamente l’intelligenza artificiale, i data center, la difesa (nel senso delle armi più sofisticate), gli smartphone e l’intera economia tecnologica globale.













