La vendita di armi a Taiwan? «È una buona carta da giocare» nei negoziati con Pechino. E ancora: «Se si considerano le probabilità, la Cina è un paese enorme e molto potente. Quella è un’isola piccolissima. Pensateci: dista 95 chilometri. Noi siamo a 15 mila chilometri. È un problema non da poco. Se guardiamo alla storia, Taiwan si è sviluppata perché noi abbiamo avuto presidenti che non sapevano cosa diavolo stessero facendo. Ci hanno rubato l’industria dei semiconduttori». Donald Trump e Marco Rubio sostengono che la politica degli Stati uniti su Taiwan non sia cambiata. Sì, il presidente americano non ha chiarito la storica ambiguità strategica di Washington sull’intervento in caso di conflitto. Sì, sostenere che l’America preferisce lo status quo alla “indipendenza di Taiwan” non è una novità, né equivale a un disconoscimento dell’autonomia de facto di Taipei entro il perimetro della Repubblica di Cina che fu fondata da Sun Yat-sen sul “continente”. Ma le parole del presidente americano nelle interviste successive alla sua visita nella Repubblica Popolare Cinese suggeriscono che anche il supporto americano a Taipei possa diventare negoziabile. Non solo perché non ha sciolto le riserve sull’approvazione della vendita di un pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari, di cui dice di aver discusso con Xi Jinping, ma per il modo in cui Trump collega direttamente la sua postura su Taiwan all’andamento delle relazioni con Pechino. Una dinamica che non cambierebbe nemmeno in presenza di un improvviso segnale di supporto evidente, come il via libera alla vendita o un colloquio con Lai Ching-te, che sarebbe il primo di un presidente statunitense in carica con un leader taiwanese dal 1979, anno della rottura delle relazioni diplomatiche ufficiali.