L’8 maggio il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha risposto alla lettera – resa pubblica quattro giorni prima dal Corriere della Sera – che il Procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ha inviato il 20 aprile allo stesso ministro, a quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e alla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo. Nella lettera, Melillo denunciava effetti «oltremodo gravi e allarmanti» di una riforma risalente al 2023, una stretta sulle intercettazioni che a suo dire avrebbe paralizzato le investigazioni sulla criminalità organizzata e sui suoi legami con l’economia legale.

Il riferimento è al decreto-legge 10 agosto 2023, n. 105, che modificava radicalmente il regime delle cosiddette intercettazioni a strascico. La nuova norma, che tocca l’articolo 270, comma 1, del codice di procedura penale, stabilisce che «i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per delitti per cui è obbligatorio l’arresto in flagranza». Questa disposizione ritorna alla formulazione prevista dal codice di procedura nella sua versione originale del 1989, che era rimasto sostanzialmente invariato per più di trent’anni, fino al varo del decreto cosiddetto Spazzacorrotti dell’allora ministro pentastellato Alfonso Bonafede (governo Conte II), che aveva consentito l’utilizzo per una decina di fattispecie di reato oltre a quelle per le quali sono state disposte dal giudice.