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4 MAGGIO 2026

Ultimo aggiornamento: 14:02

Una scelta che ha causato un “obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo“, con un effetto “oltremodo grave e allarmante“. E che quindi impone una “urgente necessità di riflessione sulle criticità riscontrate”. Come racconta il Corriere della sera, il procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo ha scritto il 20 aprile scorso a governo e Parlamento chiedendo una marcia indietro su una delle norme approvate negli ultimi anni per limitare le intercettazioni: il divieto di usare i nastri in un procedimento diverso da quello in cui sono stati acquisiti, “salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza“, mentre prima bastava essere di fronte a un’ipotesi di reato per cui sono consentite le intercettazioni.

Nella lettera, indirizzata ai ministri della Giustizia Carlo Nordio, dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo (FdI), Melillo denuncia come questa novità, introdotta nel 2023, abbia prodotto “un sostanziale arretramento dell’efficacia dell’azione di contrasto” ai rapporti tra mafia e colletti bianchi. Un vulnus che il magistrato sceglie di segnalare alle “competenti autorità politiche per le valutazioni a loro riservate, in ossequio ai doveri di leale collaborazione istituzionale”. A quanto riporta il Corriere, il procuratore fa un elenco sommario dei reati esclusi dalla nuova norma: “Si va dai più gravi delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, ivi compresi quelli di concussione e corruzione, a tutti i reati in tema di traffico di rifiuti, sino ai delitti di scambio elettorale-mafioso, a quelli di intestazione fittizia dei beni e altre utilità provenienti da delitto e autoriciclaggio, per giungere a tutti i reati finanziari, societari e fiscali che rivelano il loro valore strategico per l’espansione affaristica delle mafie”.