L’aula del tribunale di una piccola città di provincia degli Stati Uniti nei primi anni Sessanta è scena fissa che Gianluca Amodio ha creato per “Stato contro Nolan” di Stefano Massini. Scena fissa e velatini a dilatare atmosfera e tempi. Monumentale luogo di incontro e scontro di idee e ideologie, vite e pensieri, bugie mascherate, convinzioni granitiche che si sfaldano nel corso di un processo in cui il direttore del giornale locale, Herbert Nolan, è accusato. Forse, con la complicità di un giornalista amico ha manipolato una verità, l’uccisione di un vagabondo scambiato per rapinatore o stupratore, così da creare nella città una paura irragionevole che ha portato la gente ad acquistare armi dall’azienda locale. Insomma difendersi per qualcuno è diventato un bell’affare e qualcun altro trova tutto questo una frode.
È Massini con il suo teatro, fatto di parole che s’incastrano e feriscono spostando inesorabilmente il tempo in avanti. Dal passato al presente il passo diventa breve, il pensiero corre veloce, e mentre si ascoltano battute che danno i brividi eppure sono distanti, quel tempo da museo si muove e agisce, inchioda lo spettatore alla poltrona e l’invita a muoversi verso il nostro tempo, non come similitudine ma come onda e risacca che spinge e costringe la sabbia che affossa e copre la memoria a fare spazio ad altri documenti e parole che bruciano.














