Ormai è un filone letterario. Affastelli cinque o sei slogan anti-Meloni, anti-destra e anti-Trump e scrivi il tuo bel pamphlet che si inserisce nel catalogo rosso e rigorosamente antifa che può contare sul megafono dei talk show che ogni sera processano la premier. L’ultimo arrivato è il libro di Massimo Giannini che si intitola La sciamana. Il riferimento è a Jake Angeli, quello col copricapo con le corna che partecipò all’assalto a Capitol Hill. Prima trumpiano di ferro e poi diventato antitrumpiano.
Ormai non sanno più quale aggettivo inventarsi per colpire la premier di destra. Matteo Renzi ha scelto L’influencer, Scanzi ha virato su un sostantivo, La sciagura, Montanari si è dato alla metafisica con La continuità del male, Paolo Berizzi ha puntato sulla mostrificazione Il ritorno della bestia, Nadia Urbinati ha abborracciato una nuova categoria politologica, La democrazia afascista, Mirella Serri ha optato per l’invettiva cromatica: Nero indelebile, Francesco Cancellato ha scritto Nel continente nero, Luciano Canfora è stato il capostipite del nuovo genere letterario col suo Il fascismo non è mai morto. Poi ci sono le seconde file, come Alberto Mattioli col suo Destra maldestra, e ancora Valerio Valentini con La marcia sul posto. Tutto questo fiorire di titoli, in realtà, sta lì a dimostrare che il trinomio Meloni-destra-fascismo fa vendere o comunque intriga gli editori, i quali si accontentano anche del gossip elevato ad analisi politica come nel caso di Fratelli di chat di Giacomo Salvini.







