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Dopo il diversamente entusiasmante libro-intervista con Romano Prodi, «Il dovere della speranza», Massimo Giannini pare abbia avvertito, più che il dovere, la comodità della speranza nell’usato sicuro della banalità del male editoriale: Meloni, Trump, la destra, Mussolini, il fascismo, l’illiberalismo, il peccato originale berlusconiano.
Così è arrivato «La sciamana», titolo che denuncia più che altro la fatica e il ritardo dell’officina: Jake Angeli, Capitol Hill, corna, rito tribale, democrazia «profanata». Tutto molto inizio 2021, tutto già visto, tutto adatto al tour tra le platee del conformismo librario e le confraternite televisive dell’allarme immaginario permanente.
Giannini presenta l’appellativo come se fosse stato benedetto da Meloni, evocando la copia di «Io sono Giorgia» recapitatagli dopo gli attacchi dell’epoca (riciclati oggi) con dedica firmata «Giorgia – La sciamana». Uno ti insulta, tu lo disinneschi in privato con autoironia, e quello, un lustro dopo, espone la battuta come ammissione di colpa. Il tutto «senza rancore», eh.









