Il primo incontro con la Biennale di Venezia negli agitati giorni di pre-open (Pussy Riot, Femen seminude, gente stordita dalla vodka del contestato padiglione russo) Pro Pal e molto altro) è stato, incredibilmente, con quattro gigantesche, coloratissime tazzine da caffè fissate su una chiatta in mezzo al canal Grande. Ancorata, ovviamente e poi portata dolcemente a riva. Quella che colpisce di più è gialla, con la scritta “Memento Vivere”, quanto mai ottimista e profetica. L’artista, il giovanissimo Mohammed Z. Raman, anglo-bengalese che vive a Londra, è uno dei quattro artisti su centoundici scelti da Illy per decorare le tazzine (le altre tre sono Alice Maher, Werewere Liking e Thania Petersen). La percentuale è bassa, ma rappresenta abbastanza bene questo crocevia dove incontri chiunque, dal collezionista di Georgetown arrivato su Maraya, una barca- ferro da stiro multipiano (occupa a tal punto la banchina che i taxi privati non possono attraccare) alla notissima mecenate Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, a colloquio per un’ora con un artista nigeriano sconosciuto ai più. Poi ci sono i collezionisti dell’American Express che si fermano per poco: Elisabetta Roncari ha selezionato per loro dieci opere di grande impatto. Sembra un ossimoro in una Biennale che ha come titolo “In Minor Keys”, (si può interpretare: in tono minore, basso, ma anche in una chiave intima, personale, musicale) e alla curatrice Koyo Kouoh, la prima africana nella storia della Biennale, è impossibile chiederlo perché è morta l’anno scorso. Sul lavoro portato avanti dai suoi collaboratori un critico blasonato dice che è tutto “minor” (invece no).